La vicenda della gestazione della nuova legge sul cinema e sull’audiovisivo si pone come caso eccellente ed eccezionale, sia nel metodo sia nel merito: in un Parlamento nel quale i toni della dialettica sono ormai così estremi, anzi esasperati, al punto tale da sfiorare la rissa, è ai limiti dell’incredibile l’iter che ha caratterizzato il processo elaborativo che ha portato mercoledì 22 luglio ad una approvazione all’unanimità in Commissione VII alla Camera di un “testo unificato”. La discussione e votazione in Aula è calendarizzata per venerdì della prossima settimana, 31 luglio. Dopo la pausa estiva, il Senato affronterà l’approvazione definitiva, prevedibile – senza peccare di ottimismo – entro fine ottobre. La dialettica tra maggioranza ed opposizioni è stata approfondita e civile, giunta alla fine di un lungo ciclo di audizioni con i principali “stakeholder” del settore, dagli autori ai produttori ai tecnici (sono stato audito anche io, nella veste di presidente dell’IsICult).

Purtroppo, questa approvazione eterodossa non ha ancora provocato nel sistema mediale l’attenzione che merita: i quotidiani dedicano più spazio alla presentazione del programma della Mostra del Cinema di Venezia (illustrato ieri giovedì dal Presidente Pietrangelo Buttafuoco e dal Direttore Alberto Barbera, con l’incredibile presenza nel programma di 1 solo film diretto da una donna, la danese May el-Toukhy: un dettaglio forse più significativo di molti discorsi rituali sulla parità di genere) che all’imminente riassetto della “struttura” dell’intervento dello Stato in un settore così strategico e delicato del sistema culturale nazionale.