Ora che la suggestione di Pep Guardiola ct della nazionale e rifondatore in profondità del calcio italiano è svanita, con un messaggio notturno inviato dal tecnico italiano alla coppia Maldini&Leonardo per certificare il suo rifiuto, si torna alla casella di partenza. Cercasi ancora un allenatore per la squadra azzurra, senza guida dal 3 aprile scorso, giorno in cui si fece da parte Rino Gattuso. I rumors portano ad Andrea Pirlo e con tutto il rispetto dovuto a un ex fuoriclasse come il quarantasettenne ex Inter, Milan, Juventus, Brescia, Reggina e New York City, è come passare da un treno ad alta velocità di ultima generazione a un regionale dal passo lento.
Cercare Guardiola non è stato sbagliato. Le grandi nazionali puntano sui migliori allenatori, vedi Klopp nuovo timoniere della Germania e Zidane in quel di Francia. Nel caso dell’Italia, fuori dagli ultimi tre mondiali e sbertucciata nelle trattative di mercato – le risorse sono limitate e la serie A è diventato un campionato di ripiego -, serviva e serve persino qualcosa di più: rifondare un intero movimento su nuove linee guida, che riportino la tecnica al centro del nostro villaggio calcistico. Guardiola, l’allenatore più vincente della storia moderna – 42 trofei – e secondo solo ad Alex Ferguson per numero di titoli, era perfetto. I venti milioni richiesti dal coach catalano nel corso della trattativa hanno colpito – giustamente – l’immaginario collettivo e aperto una seria riflessione tra i dirigenti in campo – Malagò, Maldini e Leonardo – perché la federazione non è un club privato che può aprire il portafoglio senza limiti, ma se l’avvento di Guardiola avesse realizzato in profondità il progetto di rinascita, tutto l’indotto generato dal ritorno agli antichi splendori avrebbe ampiamente compensato lo sforzo economico.











