Pep Guardiola ha detto no, Andrea Pirlo favorito per l'incarico di ct.
Quando Paolo Maldini ha spiegato la strategia della FIGC per la scelta del nuovo ct della Nazionale, una frase ha colpito più di tutte: "Non nascondiamo che abbiamo parlato anche con Ancelotti prima di Pep. Ci pareva giusto partire dai migliori al mondo". Nelle intenzioni, doveva trasmettere ambizione. Nella realtà, è un boomerang mediatico che t'arriva addosso. L'idea era chiara: l'Italia non voleva semplicemente trovare un commissario tecnico dopo l'ennesimo fallimento mondiale, voleva individuare un uomo capace di rifondare il sistema, un allenatore in grado di cambiare la cultura calcistica del Paese. Il rifiuto di Guardiola apre nuovi scenari e porta con sé un riflessione inevitabile: con che faccia, adesso, ci presentiamo al mondo intero (vista anche la dimensione globale che ha suscitato l'attenzione per la decisione dell'ex Manchester City) e proviamo a far passare per buona l'ipotesi Andrea Pirlo?
Se il punto di (ri)partenza erano davvero i migliori allenatori del mondo, se il modello era affidarsi a chi ha già dimostrato di saper costruire cicli vincenti, la domanda è spontanea: quali sono i criteri con cui si passa da Ancelotti e Guardiola ad Andrea Pirlo? Il nocciolo della questione è averla sparata davvero grossa. Leonardo e Maldini si sono seduti al tavolo verde, hanno fatto all-in alla prima puntata della serata e perso subito tutte le fiches. Il problema non è Pirlo, ma la distanza spericolata tra la promessa ventilata e la scelta, al punto da far apparire quest'ultima un mero ripiego e un salto nel buio rispetto alla storia professionale dei "colleghi" più accreditati.











