Alla fine del 2022, terminato il Mondiale in Qatar, le riflessioni politiche sul futuro del calcio ruotavano attorno al rischio di un pronto ritorno della FIFA nel Golfo, e più specificatamente in Arabia Saudita. Quasi quattro anni dopo, non c’è più bisogno di parlare di “rischi”, e l’Arabia Saudita non è più l’unico attore discutibile impegnato in questo campo.
Il Mondiale nordamericano, in realtà egemonizzato dagli Stati Uniti di Donald Trump, ha messo in chiaro come non mai lo stato di uno sport sempre più strumento di propaganda da parte di alcuni dei governi più controversi della contemporaneità. La Russia nel 2018 e il Qatar nel 2022 sono state solo un antipasto; nel 2026, Trump ci ha mostrato quanto un potere politico possa non solo strumentalizzare, ma addirittura manovrare un evento sportivo fin quasi dentro il campo di gioco. Il caso dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, a cui la FIFA ha sospeso una doverosa squalifica dietro le pressioni di Trump, rappresenta un episodio cruciale per la storia di questo sport, a dispetto delle poche conseguenze che ha avuto in campo (gli Stati Uniti hanno infatti perso contro il Belgio anche con lui in campo).
Il fatto che la Casa Bianca abbia esplicitamente rivendicato il proprio intervento in favore di Balogun, intestandosi lo scavalcamento dei regolamenti e, quindi, dell’autorità della stessa FIFA, rappresenta qualcosa senza precedenti. Non che non fosse mai successo di governi che facevano pressioni sull’organizzazione del Mondiale per ottenere favori per la propria squadra, ma non era una cosa di cui vantarsi pubblicamente. Trump ha importato nel calcio lo stesso atteggiamento che riserva al diritto internazionale: sentirsi al di sopra delle regole, e farlo senza nasconderlo.













