«Gli italiani non imparano niente dalla Storia, anche perché non la sanno». Diceva Indro Montanelli. Una coscienza del tempo appena trascordo. Coscienza Critica. È stato un giornalista serio, uno storico mai allineato, uno scrittore singolare. Il suo romanzo sul Generale della Rovere resta un monumento. L’ho sempre considerato come un’isola piantata nel mezzo del mare del conformismo, e che del conformismo ha detto la cosa più vera: «Al conformismo l’ironia fa più paura d’ogni argomentato ragionamento». Ironia secca, da stoccata. Non per ridere. Per vedere. Ha saputo reggere il potere perché non ne è mai stato debitore. L’ha guardato negli occhi da Fucecchio, da Milano, dall’Africa, dal Corriere. Senza tessere, senza padroni, senza chiedere permesso di pensare. E quando il potere cambia nome, il metodo resta: guardare, scrivere, non inchinarsi. Ha scritto tra gli altri importanti testi con Mario Cervi.

Nel 1999 ha lasciato una regola: «I ricordi vanno messi sotto teca, appesi a una parete e guardati. Senza tentare di rinnovarli. Mai». Non nostalgia, memoria. Memoria nuda, con le rughe e le colpe. La storia non si riscrive per piacere al presente. Si espone. È stato spietato con i regimi perché li ha visti passare e ha visto restare gli uomini: «Il fascismo privilegiava i somari in divisa. La democrazia privilegia quelli in tuta. In Italia, i regimi politici passano. I somari restano. Trionfanti». Non un colpo a una bandiera. Un colpo all’imbecillità travestita da idea.