di
Beppe Severgnini
La scrittura di Indro ricorda il ritornello di una celebre canzone di Battisti, «Acqua azzurra, acqua chiara»: lo leggi e riesci subito a capire tutto in profondità
Montanelli ci insegnava: se volete lodare un personaggio, criticatelo; se volete criticarlo, adulatelo. Userò questo metodo per parlare di lui, venticinque anni dopo. Vorrei lodare il mio maestro, e ringraziare la sorte per averne trovato uno così. Ecco, quindi, un ritratto critico di Indro Montanelli. L’unico che avrebbe sopportato, ma non è detto. In certe faccende, poteva diventare permaloso. Non era la permalosità degli insicuri; era invece la consapevolezza del proprio valore, e il fastidio nel non vederlo riconosciuto. Accadeva di rado, bisogna dire.
I lettoriI lettori lo amavano, gli intellettuali un po’ meno. Con la politica si divertiva a ballare un tango professionale, che poteva diventare passionale. Certo, aveva bisogno di un partner all’altezza. Sfogliate i due volumi di Gli incontri, leggete i suoi ritratti: da Dino Grandi a Giulio Andreotti al suo amico Giovanni Spadolini, con cui un tango, seppure figurato, costituiva una manovra impegnativa.












