A venticinque anni dalla scomparsa di Indro Montanelli, il modo migliore per ricordarlo non è indulgere nella nostalgia, ma domandarsi che cosa penserebbe del giornalismo di oggi. La risposta, probabilmente, non sarebbe rassicurante. Montanelli è stato il simbolo di un'idea semplice e rigorosa del mestiere: i fatti da una parte, le opinioni dall'altra. Il lettore aveva il diritto di sapere quando il giornalista informava e quando interpretava. Era una distinzione quasi sacrale, perché solo separando notizie e commenti si poteva costruire un rapporto di fiducia con chi leggeva.

Oggi quella frontiera sembra dissolta. L'informazione è sempre più spesso una forma di militanza, il commento invade la cronaca e la cronaca viene piegata alle esigenze del commento. I titoli non cercano più di raccontare ciò che è accaduto, ma di suggerire immediatamente che cosa bisogna pensarne. Non si informa per consentire un giudizio: si orienta il giudizio ancora prima che il fatto venga conosciuto.

È una trasformazione che riguarda quasi tutto il sistema dell'informazione, ma assume un valore simbolico osservando proprio il Giornale, fondato da Montanelli cinquant'anni fa. Basta sfogliarne le pagine, anzi spesso è sufficiente leggerne il titolo, per capire da quale parte politica stia. Non c'è nulla di illegittimo nell'avere una linea editoriale. Lo diventa quando quella linea si trasforma in adesione acritica, quando il giornale rinuncia alla funzione di controllare il potere per limitarsi a sostenerlo.