Caro Aldo, sono trascorsi 25 anni dalla scomparsa di Indro Montanelli. Ricordo quando mio padre (avevo solo 15 anni) arrivò in casa col primo numero del «Giornale Nuovo» (allora si chiamava così) e disse: da oggi questo sarà il nostro quotidiano. Lei lo ha conosciuto?Alberto Tombaa.tomba@alice.it
Caro Alberto,purtroppo non posso dire di aver conosciuto bene Indro Montanelli, ma ho un bel ricordo di lui. Avevo ventun anni, frequentavo la scuola dell’Ordine dei giornalisti di Milano, e andammo in visita al Giornale. Ci ricevette nel suo studio e ci invitò a sedersi alla sua scrivania. Nessuno di noi ovviamente osò farlo; ma fu un modo gentile, persino affettuoso, di accoglierci nel suo quotidiano e nella sua professione. Forse era anche un modo per togliersi dai piedi; infatti Montanelli sparì e restammo a parlare con il condirettore Gian Galeazzo Biazzi Vergani, galantuomo che però non riuscivo a guardare senza pensare alla crudele definizione di Enzo Bettiza («quattro nomi, tutti inutili». Se è per questo, Bettiza stroncò con eguale ferocia due direttori leggendari come Giulio De Benedetti della Stampa e Piero Ottone del Corriere). Un’altra volta intervistai Montanelli, su incarico di Paolo Mieli, dopo che una cronista della Stampa, Emanuela Minucci, aveva corso un guaio per aver declinato false generalità pur di entrare nel luogo del delitto e procurarsi una notizia. Montanelli disse che un giornalista deve essere pronto a tutto e avere a che fare con tutti: lui ad esempio aveva intervistato Hitler, al confine con la Polonia, anche se — aggiungeva — era stato più un monologo che un dialogo. Ho letto molte cose su di lui in questi giorni, quasi tutte giuste. Montanelli era innanzitutto un inviato, un giornalista che andava sul posto. È stato odiato dagli storici, perché scriveva meglio di loro e vendeva più libri di loro. È stato odiato dai comunisti, perché era il vero capo della destra italiana. Ed è stato odiato dai berlusconiani, perché aveva rifiutato di mettersi al servizio di Berlusconi. Di questo odio quasi si compiaceva, perché come un altro grande, Giorgio Bocca, tendeva al malumore e alla critica; come accade del resto a chiunque osservi la realtà italiana con onestà intellettuale.














