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Francesca Visentin
Il progetto del team di Scienze Biomediche Università di Padova, Antonella Viola: «A lungo si sviluppano malattie autoimmuni e patologie anche gravi»
Le donne sopravvissute alla violenza si ammalano di più di cancro, patologie cardiache e neurodegenerative, ma anche diabete, emicrania, ulcera. Parte da qui la ricerca rivoluzionaria multidisciplinare dell’Università di Padova, il progetto Wish “Women Intimate Shelter” del Dipartimento di Scienze Biomediche, che sta studiando le conseguenze fisiopatologiche della violenza (anche psicologica e economica) sul corpo e la salute delle donne e i meccanismi che sono alla base del danno.
La ricercaA capo della ricerca, Jacopo Agrimi specializzato in fisiologia cuore-cervello e in psicobiologia dello stress, con Nazareno Paolocci, neurobiologo pioniere della ricerca sullo scompenso cardiaco. L’obiettivo principale è fare emergere le conseguenze a lungo termine di violenza e abusi sulla salute delle donne. Uno studio, primo al mondo di questo genere, già pubblicato sulla rivista scientifica internazionale iScience (Cell Press Gruppo Elsevier). Già 100 donne uscite da violenza e abusi sono state studiate dall’equìpe di Scienze Biomediche, con la collaborazione del Centro Veneto Progetti Donna di Padova e del Centro SVSeD (Soccorso Violenza Sessuale e Domestica) della Clinica Mangiagalli di Milano (uno dei centri antiviolenza più grandi d’Italia), ma la ricerca arriverà a esaminare circa 300 donne.«Ogni donna che partecipa al progetto fa uno screening multidisciplinare integrato che comprende valutazioni psicologiche, neuropsicologiche, elettrofisiologiche, cardiologiche e biomolecolari – spiega Jacopo Arimi - . L’obiettivo è esplorare i principali meccanismi biologici alla base del danno causato dalla violenza, tra cui la disfunzione dei recettori degli estrogeni beta (ERβ), molecole fondamentali per la protezione di cervello, cuore e altri organi. Chiarire questi meccanismi significa gettare le basi per una nuova medicina della violenza di genere, identificando futuri biomarcatori utili per lo screening e la diagnosi precoce e aprendo la strada allo sviluppo di strategie terapeutiche mirate». Agrimi è stato un giovane “cervello in fuga”, che dopo 4 anni all'estero a Baltimora, è rientrato in Italia al Dipartimento di Scienze Biomediche grazie al bando Marie Curie della Comunità Europea, ottenendo un grant di 200 mila euro per continuare le sue ricerche in Europa. E poi altri fondi dall'Università di Padova per il progetto Wish che vuole aiutare le donne vittime di violenza.







