Si chiama violenza da parte del partner intimo. Una donna su tre con un partner alle spalle l’ha subita. Sei milioni in Italia. I segni non finiscono quando finisce la violenza: restano nel cervello, nel cuore, nei geni.

Qualche giorno fa ho partecipato a una formazione per operatori sanitari: “L’impatto delle relazioni violente sul corpo. Conseguenze cliniche a lungo termine (Convegno NOA Apuane, 15 maggio 2026, AUSL Toscana nord ovest)”. Sono uscito emozionato per il rigore, e per chi ascoltava: medici, infermiere, psicologhe. Le persone che incontriamo quando ci ammaliamo. Non sempre preparati come sarebbe necessario. Il direttore sanitario Giuliano Biselli ha aperto: davanti alle evidenze il ruolo del medico deve cambiare. Questa giornata ne ha portate troppe. Impossibile girare gli occhi da un’altra parte.

La voragine è doppia. Da un lato il danno. Dall’altro il vocabolario per nominarlo. La medicina cura metà del problema se non misura lo stress della relazione tossica, lunga anni o per sempre, alla radice delle malattie gravi nelle donne. Senza ascolto, senza tempo, senza domanda, la metà invisibile resta invisibile. La malattia sembra un accidente anche quando ha nome e cognome: ‘partner intimo’ in gergo, marito o convivente uomo all’anagrafe.