ROVIGO - La nebbia che inghiottiva le strade, i pappi bianchi dei pioppi che sembravano neve lungo il Po, il canto del cuculo nelle estati afose, il carro della lattarola atteso davanti a casa. E poi le fotografie in bianco e nero, il ricordo dell’alluvione, i vecchi seduti al bar e le distese infinite d’erba. È da queste immagini che nasce l’immaginario artistico di Elisa Bertaglia, originaria di Crespino e oggi residente a New York. «Questa terra è stata l’inizio del mio racconto, insieme alla sua mitologia: a Crespino la piazza è intitolata a Fetonte e sulle rive del Po le sue sorelle sono state trasformate in pioppi. Questi simboli fanno ancora parte del mio lavoro».
Quanto è stata importante l’esperienza all’Accademia di Belle arti di Venezia nella costruzione della sua identità artistica? «È stata un’esperienza fondamentale, artisticamente e umanamente. Ho avuto il privilegio di lavorare accanto a giovani artisti di grande talento e di respirare ogni giorno la storia dell’arte in un luogo straordinario come Venezia. Studiavamo in aule storiche, circondati da calchi e opere, ed era impossibile non sentirsi immersi in una dimensione creativa molto intensa. Allo stesso tempo ho dovuto confrontarmi con aspetti più difficili, anche con una certa mentalità patriarcale di alcuni ambienti artistici. Paradossalmente, queste difficoltà mi hanno spinta a lavorare ancora di più e a costruire con maggiore determinazione la mia identità di artista».Nel 2011 una sua opera è stata selezionata per la Biennale di Venezia. Cosa ha rappresentato quel traguardo? «È stato uno dei momenti più importanti del mio percorso. Per un giovane artista la Biennale rappresenta qualcosa di enorme, quasi un sogno. Esporre all’Arsenale mi ha dato la possibilità di confrontarmi con il mondo dell’arte contemporanea da una prospettiva nuova e di capire meglio i meccanismi di quel sistema. L’opera, “Populus III”, era molto legata al Polesine: il titolo richiama sia il concetto di “popolo” sia quello di “pioppo”, elemento simbolico molto presente nella mia ricerca. Quel lavoro parlava di memoria, trasformazione e mito, temi che ancora oggi attraversano le mie opere».Da alcuni anni vive e lavora a New York: come è nato il trasferimento negli Stati Uniti e che impatto ha avuto sulla sua ricerca artistica? «Il rapporto con New York è iniziato gradualmente. Dal 2015 ho cominciato a trascorrere lunghi periodi negli Stati Uniti grazie a una residenza artistica, alternando mesi di lavoro in Italia e mesi di ricerca a New York. Dopo una mostra personale prevista nel 2020 e rimandata per la pandemia, ho sentito sempre più forte il desiderio di trasferirmi definitivamente. È una città dura, ma anche stimolante: tutto si muove molto velocemente e il confronto con altri artisti è continuo. New York mi ha aiutata a crescere professionalmente, a essere più consapevole del mio lavoro e ad avere maggiore fiducia nelle mie possibilità».Che differenze ha trovato tra il mondo artistico americano e quello italiano? «A New York il sistema artistico è molto più dinamico e diretto. Gli artisti tendono a collaborare di più, a creare reti e occasioni di confronto. C’è meno distanza tra artisti, curatori e gallerie, questo rende il dialogo più immediato. È un ambiente competitivo, ma capace di riconoscere l’impegno e la qualità del lavoro. In Italia il sistema può risultare più chiuso e lento, anche se conserva una profondità culturale e progettuale straordinaria. Credo che entrambe le realtà abbiano aspetti preziosi e continuo a lavorare negli Stati Uniti e in Europa».Nelle sue opere affronta temi come memoria, inconscio, metamorfosi e identità. L’arte è anche uno strumento per esplorare le paure e i cambiamenti della vita? «Negli ultimi anni ho sviluppato lavori molto legati all’elaborazione del dolore e del lutto. Un progetto cui tengo, “Breviario del mio amore”, nasce dalla necessità di attraversare una perdita personale attraverso l’arte. In quel momento il lavoro creativo è diventato uno strumento per comprendere le emozioni, mettere ordine nei ricordi e trasformare qualcosa di doloroso in una forma narrativa condivisibile. Credo che l’arte abbia anche questa funzione: aiutarci a dare senso ai cambiamenti e alle fragilità dell’esistenza».Le capita di tornare nel Polesine? Che effetto le fa rientrare nei luoghi dell’infanzia dopo aver vissuto in una metropoli? «Torno spesso e ogni volta provo una sensazione molto forte. Passare dal ritmo frenetico di New York alla calma del Delta del Po è quasi uno shock culturale, ma anche una necessità. Nel Polesine ritrovo una dimensione sospesa, silenziosa, che mi permette di rallentare e ritrovare un contatto più profondo con me stessa. Allo stesso tempo, dopo qualche settimana, sento il bisogno dell’energia e del movimento di New York. È come vivere tra due mondi diversi che convivono dentro di me».Guardando al futuro: quali progetti e nuove ricerche artistiche sta portando avanti in questo momento? «Recentemente ho iniziato a lavorare in un nuovo studio a New York, all’interno di Powerhouse arts, un importante centro dedicato all’arte contemporanea. In questo periodo sto approfondendo molto il lavoro con la ceramica, un medium che mi sta dando nuove possibilità espressive. Parallelamente porto avanti una collaborazione con la Fondazione Officine Saffi di Milano, con cui svilupperò un progetto che culminerà in una mostra personale nel 2027. È una fase molto intensa di ricerca e sperimentazione, probabilmente la parte che amo di più del mio lavoro».








