Lo scontro tra Forza Italia e Fratelli d’Italia sulla giustizia è un video in loop. C’è il rischio di rimanere ipnotizzati. Nel momento in cui si risolve il braccio di ferro sulle intercettazioni nel decreto Giustizia, ecco che si apre un nuovo fronte sul disegno di legge Zanettin (con cui si vuole limitare l’accesso dei pm agli smartphone degli indagati). Ogni volta FdI chiede di modificare le norme e ogni volta i forzisti dicono di no. A infrangere il ripetersi degli eventi è l’imprevedibilità dettata dal calendario della prossima settimana. E a mettere in fila gli appuntamenti - in un modo che somiglia tanto a una velata minaccia - sono proprio gli uomini di Forza Italia: «Martedì e mercoledì - scandisce un big del partito - votiamo in commissione gli emendamenti al ddl Zanettin. Giovedì, invece, c’è il voto segreto in Aula e FdI ci chiede di respingere la richiesta della procura di acquisire le chat sul telefonino di Andrea Delmastro». Tradotto: se ci saranno problemi sul ddl Zanettin, potrebbero spuntare dei franchi tiratori contro l’ex sottosegretario di FdI.
Che il clima sia pessimo lo si capisce fin dal mattino, quando sul tavolo delle trattative c’è ancora il nodo delle intercettazioni. Il partito di Giorgia Meloni insiste da giorni sul suo emendamento, con cui reintrodurrebbe l’uso di registrazioni a strascico per i reati di mafia, terrorismo e criminalità organizzata. Gli azzurri non vogliono eccezioni: «È una questione di principio». L’accordo non si trova. E in quel momento, dalle file di FdI, filtra il primo avvertimento ostile della giornata: «Presenteremo comunque il nostro emendamento in Aula e vedremo chi lo vota. I Cinque stelle, magari, sono favorevoli». Si rischia lo strappo, ma poco dopo arriva la retromarcia: FdI fa sapere che non avanzerà proposte di modifica al decreto Giustizia. Si è resa conto che l’emendamento sarebbe inammissibile perché non c’entra nulla con il resto del provvedimento. Tutto rimandato, quindi, a un successivo decreto dopo le ferie agostane. I forzisti festeggiano, ma sono furibondi con la presidente della commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, leghista: «Poteva dirlo fin dal principio che era inammissibile, invece ha fatto il pesce in barile e noi litigavamo».













