Un nuovo studio sui fossili di Stigmaria cambia il modo in cui immaginiamo le foreste paludose del Carbonifero

©Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences

Prima di diventare carbone, certi paesaggi erano foreste. Paludi calde, dense, piene di tronchi altissimi e piante che oggi sembrerebbero quasi fuori scala, come se qualcuno avesse provato a disegnare un bosco partendo da un’idea sbagliata di albero. Tra quei giganti del Paleozoico c’erano le licofite arboree, lontane parenti delle piccole piante che oggi conosciamo come licopodi e isoeti. Nomi come Sigillaria e Lepidodendron appartengono a quel mondo lì: organismi capaci di raggiungere decine di metri di altezza nel tardo Carbonifero, quando vaste zone paludose avrebbero poi lasciato la materia organica da cui si sono formati molti depositi di carbone.

La sorpresa, stavolta, arriva da sotto. Da quelle strutture fossili chiamate Stigmaria, i calchi degli assi sotterranei di questi alberi antichissimi. A guardarli dall’esterno sembrano reperti quasi ordinati: superfici segnate da file di piccole cavità tonde o ovali, ciascuna lasciata dal punto in cui un tempo partiva una radichetta sottile. Per decenni sono stati fondamentali per capire che le paludi carbonifere erano foreste cresciute sul posto, con alberi radicati nel terreno e non ammassi trasportati dall’acqua. Restava però una domanda molto più sottile: quelle radici crescevano davvero come le radici che conosciamo oggi?