Alberi pietrificati in piedi riaccendono il mito del Diluvio universale: la geologia racconta una storia molto più concreta e antica

Indice

Dove nasce il malintesoGli alberi di JogginsL’Arca sulla montagna

Un tronco che attraversa più strati di roccia fa sempre un certo effetto. Sembra una cosa fuori posto, quasi una prova lasciata lì apposta per far litigare chi guarda una parete di sedimenti e chi ci vede subito una storia più grande. Negli ultimi giorni, alcuni fossili polystrate, cioè resti di alberi pietrificati conservati in posizione verticale attraverso più livelli di roccia, sono tornati a circolare online come presunto indizio del Diluvio universale e dell’Arca di Noè. La scena funziona benissimo sui social: un albero morto, si dice, avrebbe poco tempo prima di marcire o cadere; se oggi lo troviamo ancora in piedi dentro la roccia, allora deve essere stato sepolto in fretta. Fin qui, la geologia non si scandalizza affatto. Il salto arriva subito dopo, quando da una sepoltura rapida si passa a un cataclisma globale.

Il termine “polystrate” ha una lunga fortuna negli ambienti creazionisti, anche se la geologia accademica tende a descrivere questi casi con parole più precise: tronchi fossilizzati, ceppaie sepolte in posizione di crescita, alberi trasportati da colate di fango, depositi vulcanici, piane deltizie, antiche paludi. L’idea di base resta semplice: un fossile può attraversare più lamine o livelli sedimentari senza costringere a riscrivere la storia della Terra in chiave biblica. Le rocce conservano anche eventi bruschi, sporchi, locali, pieni di fango, cenere e acqua. La Terra ha sempre saputo fare disastri senza chiedere permesso a nessuna teologia.