Negli anni scorsi il Piano europeo di ripresa e resilienza (Pnrr) ha immesso nella nostra economia 220 miliardi di euro, il 10% circa del Pil di un anno: due terzi di questi fondi sono prestiti a tasso e tempi di rimborso agevolati, un terzo contributi Ue a fondo perduto. Ciononostante, la crescita media del reddito, nel triennio 2023-26, non raggiungerà l’1 per cento: è stata lo 0,5 lo scorso anno, si prevede 0,7 quest’anno.

Perché un risultato così deludente? Un po’ dipende dal fatto che non è trascorso un lasso di tempo sufficiente: gli effetti degli investimenti pubblici si vedono su tempi lunghi. Inoltre, sono gli investimenti pubblici aggiuntivi ad essere rilevanti, non quelli già preventivati da Stato e Comuni. Le Ferrovie ne sono un esempio: in questi anni hanno attuato un piano di investimenti in gran parte già previsto, solo diversamente finanziato, cioè con fondi Pnrr, meno costosi di un finanziamento diretto sul mercato. Gli investimenti per il Ponte sullo Stretto, questi sì sarebbero stati aggiuntivi perché non erano stati programmati. In realtà aggiuntivi non sono stati semplicemente perché molto poco per quel Ponte è finora stato speso.

Fra la fine degli anni ’50 e gli anni ’60 vennero fatti in Italia i più grandi investimenti pubblici degli ultimi 80 anni, per un valore cinque volte maggiore rispetto al Pnrr. Fra questi, emblematica fu l’Autostrada del Sole, inaugurata nel 1964.Un confronto diretto non è possibile, sia per la diversa dimensione dei due progetti, sia perché, come detto, il Pnrr è ancora troppo giovane per poterne valutare gli effetti. Una caratteristica innovativa del Pnrr sono le riforme che hanno accompagnato gli investimenti. In un editoriale del primo luglio ho illustrato i primi effetti di queste riforme nel ridurre i tempi di attesa della Giustizia. Ma qualche risultato già comincia a vedersi anche nella riduzione dei ritardi di pagamento delle pubbliche amministrazioni, nella digitalizzazione degli appalti pubblici e così via: abbiamo evitato quattro anni di recessione, tuttavia rimane un senso di disillusione.Ciò che più è mancato è la risposta del settore privato.Negli anni ’50 e ’60 in Italia erano moltissimi i giovani, fino a pochi giorni prima contadini, animati da grande energia, desiderio di crescere e di inventarsi nuove strade per diventare imprenditori. Giorgio Brunetti, che da qualche decennio studia la nascita del capitalismo italiano, in Narrare l’innovazione illustra alcune delle strade esplorate in quegli anni: «Dall’innovazione ricercata in un prodotto apparentemente banale come il tappo per le bottiglie, all’innovazione radicale lungo il tumultuoso sentiero del progresso tecnologico, dalla chiave in ferro alla macchina elettronica che la produce avvalendosi di un touch screen; né mancavano imprenditori che creavano un nuovo business model integrando il loro prodotto con altri ad esso complementari, vendendo non più un prodotto ma un "sistema"».Fra i molti disastri che Matteo Salvini ha regalato a questo Paese, la flat tax è certamente uno dei più gravi. Oggi un piccolo imprenditore, raggiunto un fatturato di 85.000 euro, non ha più alcun interesse ad ingrandirsi. Molti lo hanno capito da tempo e se ne vanno. L’Istat calcola che circa 367.000 giovani (25-34 anni) nel decennio 2014-2023 si sono trasferiti altrove; di questi,146.000 sono laureati.Le norme fiscali che invece favoriscono il trasferimento in Italia hanno sì aiutato il rientro di molti ricercatori, ma hanno soprattutto attratto banchieri inglesi, ricchi commercianti e finanzieri brasiliani e non solo, i quali hanno fatto esplodere il mercato immobiliare di Milano, molto raramente hanno creato alcunché.Con una demografia in calo, abbiamo estremo bisogno di immigrati. Far rientrare gli italiani emigrati o trattenere quelli che ancora non sono partiti non basta. L’Istat stima che il 55-60% degli immigrati regolari, ancora troppo pochi, possiede almeno un diploma di scuola secondaria superiore. Quanto invece all’immigrazione irregolare, la stima, ovviamente meno precisa, è che il 30-40 per cento possiede almeno un’istruzione secondaria, mentre i laureati rappresentano probabilmente tra un decimo e un quinto del totale, una quota inferiore a quella osservata tra gli immigrati regolari, ma tutt’altro che trascurabile.Anziché dare incentivi a pioggia bisogna attrarre gruppi specifici. Un esempio interessante sono gli imprenditori israeliani. A fronte della grande incertezza che purtroppo domina il loro Paese, alcuni hanno già spostato in Italia, in particolare nelle Marche, le loro aziende, spesso startup tecnologiche. Hishtil, un’azienda di proprietà di Amit Dagan, ha un impianto grande in Sicilia e un altro vicino a Jesi. Opera a livello globale nel settore vivaistico, specializzata nella produzione di piante, sementi, erbe aromatiche e ortaggi innestati. Il trasferimento in Italia non è facile, soprattutto per un’azienda nata in un mercato aperto alla concorrenza e altamente tecnologico e con una burocrazia amica, ma Dagan lo ha fatto, dimostrando che è possibile. Dovremmo creare le condizioni perché questo accada più spesso.Il Pnrr non consisteva solo di risorse; era anche una visione di futuro, basata su transizione digitale ed energetica. Lo scopo del Piano era di trasmettere a imprenditori e cittadini il messaggio che quelle erano le due priorità del Paese, sulle quali li si chiamava a investire. Ma col passare del tempo, mentre il governo spendeva le risorse del Pnrr per fare quelle che avrebbero dovuto essere le nuove «autostrade del Sole», si è via via dimenticato che quell’asfalto non era fine a se stesso ma sarebbe dovuto servire a far viaggiare i prodotti che milioni di imprenditori stavano creando per far crescere l’Italia e con essa gli italiani.