Guerra di logoramento, guerra di narrazioni: vi propongo due letture realistiche sul futuro del conflitto russo-ucraino. Quattro anni e mezzo dopo l'invasione, affrontano due piani: quello della proiezione globale della Russia — la sua capacità di resistere all'isolamento occidentale — e quello, ben più crudo, dello stallo sul campo di battaglia. Due testi recenti, firmati da autori molto diversi per formazione e collocazione, permettono di tenere insieme questi due piani senza confonderli.

Hanna Notte è un’esperta presso il James Martin Center for Nonproliferation Studies di Monterey, in California. Una sua analisi sul New York Times anticipa il suo prossimo libro "We Shall Outlast Them: Putin's Global Campaign to Defeat the West", frutto di un reportage condotto in oltre una dozzina di paesi. Il valore aggiunto del testo sta nella sua dimensione empirica, nell'aver toccato con mano gli snodi della rete globale russa. La tesi è che la previsione formulata da Joe Biden nel marzo 2022 — un Putin isolato «più che mai» dopo l'invasione — si sia rivelata sbagliata.

Lungi dal trasformarsi in un paria internazionale, la Russia è diventata, per usare l'espressione di Notte, il paese più sanzionato al mondo e tuttavia resta in grado di operare sulla scena globale. Il reportage ricostruisce questa resilienza attraverso una serie di tappe geografiche, ciascuna delle quali illumina un meccanismo diverso. Dubai come hub dell'elusione delle sanzioni. Gli Emirati Arabi Uniti sono diventati, secondo l'autrice, il fulcro della strategia economica di guerra di Mosca: rifugio per i grandi capitali russi in fuga, canale per l'importazione triangolare di beni cinesi, piattaforma per pagamenti in valute diverse dal dollaro, base logistica per la «flotta ombra» che trasporta il petrolio russo verso acquirenti asiatici. Alabuga e il reclutamento in Africa. Un capitolo riguarda la zona economica speciale di Alabuga, dove un programma di formazione professionale rivolto a giovani donne africane — attirate con promesse di carriera e di una vita migliore, veicolate soprattutto sui social — si è rivelato in realtà un canale di manodopera per l'assemblaggio di droni di derivazione iraniana destinati al fronte ucraino. Notte lo inquadra come un tassello di una più ampia campagna informativa russa in Africa, costruita sulla retorica della Russia come alternativa «anticoloniale» a un Occidente presentato come egemonico e ipocrita. La diplomazia multilaterale. All'ONU e nei formati BRICS — di cui Mosca ha detenuto la presidenza nel 2024, organizzando centinaia di eventi fino al grande vertice di Kazan — la diplomazia russa ha lavorato per compattare il fronte dei paesi non allineati, anche sulle posizioni relative alla guerra in Ucraina. In Sudafrica, la memoria del sostegno sovietico alla lotta contro l'apartheid alimenta ancora oggi, all'interno dell'African National Congress, un riflesso filorusso che tende a leggere il conflitto come colpa occidentale. In Georgia il partito al governo, Sogno Georgiano, ha usato la narrativa antioccidentale — l'accusa a un fantomatico «partito della guerra globale» — per consolidare il proprio potere interno. Non tutto il quadro è favorevole al Cremlino. In Kazakistan, Notte osserva la nascita di un movimento giovanile e urbano di «decolonizzazione» dal russo, per timore che il paese — che condivide con la Russia il secondo confine terrestre più lungo al mondo — possa diventare la prossima vittima delle mire di Mosca. In Armenia, l'abbandono russo durante la crisi del Nagorno-Karabakh nel settembre 2023 ha lasciato una traccia profonda di risentimento, incrinando il prestigio del Cremlino presso una popolazione che si sentiva tutelata dall'alleanza con Mosca.Accanto a questi successi e a queste crepe, Notte individua segnali più generali di erosione della potenza globale russa: la caduta di Bashar al-Assad in Siria, alla fine del 2024, ha rappresentato la perdita di un cliente storico che Mosca non è stata in grado di proteggere; il secondo mandato di Donald Trump si è tradotto in operazioni militari americane contro Iran e Venezuela — due partner di Mosca — senza che si materializzasse il disgelo bilaterale Washington-Mosca sperato dal Cremlino.Sul fronte ucraino, l'autrice richiama il costo umano ed economico della guerra per la Russia — circa 1,4 milioni di perdite tra i militari russi, un'economia sempre più in affanno, droni ucraini capaci di colpire in profondità il territorio russo — per concludere che l'esito del conflitto resta, agli occhi dello stesso Cremlino, la variabile decisiva per la reputazione globale futura della Russia. Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov avrebbe recentemente ricordato a un consesso di élite a Mosca che amici, vicini e avversari osservano tutti con attenzione come la guerra si sta sviluppando. La conclusione di Notte è che Putin ha scommesso sulla capacità russa di «resistere più a lungo» dell'Occidente, forte di una rete diffusa — per quanto eterogenea — di ammiratori, alleati opportunisti e facilitatori nel resto del mondo.Il secondo testo è di Valerii Zaluzhnyi, attualmente ambasciatore ucraino nel Regno Unito ed ex-comandante in capo delle forze armate ucraine dal 2021 al 2024 — l'uomo che ha guidato militarmente la resistenza ucraina nella fase più critica dell'invasione, dal respingimento dell'assalto iniziale su Kiev fino alla lunga fase di stallo, prima di essere sostituito da Oleksandr Syrskyi nel febbraio 2024 e destinato all'incarico diplomatico londinese.Il profilo dell’autore conferisce al testo autorevolezza strategica: Zaluzhnyi parla da chi ha avuto accesso diretto alla catena di comando, alla pianificazione operativa, ai rapporti reali — spesso opachi al pubblico — tra azioni tattiche, vincoli logistici dipendenti dagli alleati e obiettivi politici. È lui stesso, nel testo, a rivendicare che solo lo Stato Maggiore coglie il nesso tra un'azione tattica «fotogenica» e il suo effettivo impatto strategico. Dall'altro lato, si tratta di un ex comandante la cui uscita dal vertice militare non è stata priva di tensioni con la leadership politica ucraina. Corregge un ottimismo che l'autore giudica prematuro nel dibattito occidentale — e forse marca una distanza critica rispetto alla gestione politica della guerra.Zaluzhnyi contesta la tendenza, sempre più diffusa tra gli analisti europei e statunitensi, a dedurre da singoli successi tattici ucraini — colpi alla logistica russa, attacchi alle infrastrutture critiche — l'imminenza di una sconfitta strategica di Putin o la fine prossima della guerra. A suo giudizio il fronte resta bloccato in uno stallo strutturale, lo stesso che aveva già descritto alla fine del 2023. La saturazione del campo di battaglia con sistemi senza pilota di ogni tipo ha reso quasi impossibile non solo conquistare nuove posizioni, ma persino raggiungerle, rifornirle o ruotare truppe: ogni obiettivo tattico, per entrambe le parti, si ottiene a un prezzo sproporzionato rispetto al risultato. Da qui la sua definizione della fase attuale come guerra di logoramento, in cui la vera variabile decisiva non è il movimento della linea del fronte ma la soglia di tolleranza al costo — umano, economico, tecnologico — che ciascuna delle due parti riesce a sostenere.La Russia non ha raggiunto i propri obiettivi politici dichiarati, e in questo senso non ha vinto. Ma questa conclusione vale solo se Mosca accetta di porre fine alla guerra, cosa che l'autore giudica del tutto improbabile. Specularmente, l'Ucraina può dirsi vincitrice nella misura in cui ha impedito alla Russia di raggiungere i propri scopi, ma resta il fatto che Mosca non è uscita dal conflitto né ha riconosciuto la sconfitta, occupa tuttora ampi territori che Kiev non è in grado di riconquistare nell'immediato, qualunque futuro accordo di pace comporterà concessioni territoriali dolorose. A ciò si aggiunge una dipendenza ucraina crescente dal sostegno finanziario e tecnologico occidentale, con problemi interni sempre più difficili da gestire, mentre la Russia — pur colpita duramente sul piano economico — dispone di maggiori riserve di risorse proprie, comprese capacità spaziali autonome e una produzione di missili balistici che l'Ucraina non riesce a contrastare per mancanza di sistemi di difesa antiaerea in quantità sufficiente.Un passaggio riguarda la Crimea: il corridoio terrestre costruito da Mosca lungo la costa settentrionale del Mar d'Azov, un tempo considerato un successo strategico russo, è inutilizzabile grazie agli attacchi dei droni ucraini, la penisola sperimenta crescenti crisi di carburante e interruzioni negli approvvigionamenti alimentari — segno, per l'autore, che anche i guadagni territoriali apparentemente solidi possono trasformarsi in fardelli logistici.Il giudizio più tagliente riguarda però il sostegno internazionale, e in particolare la NATO. Zaluzhnyi distingue tra una «unione attorno all'Ucraina» — fatta di summit, foto ufficiali, dichiarazioni di solidarietà — e una «unione contro la Russia», che a suo avviso non si è mai davvero realizzata. Nata durante la Guerra Fredda con l'obiettivo primario di evitare un conflitto nucleare diretto con l'URSS, secondo lui la NATO è costruita attorno a una logica di elusione del conflitto, non di sua gestione attiva. Una logica che l'autore giudica anacronistica di fronte a una guerra che si combatte nel cuore dell'Europa dal 2014.La conclusione: in una guerra di logoramento non ci sono vincitori, solo sconfitti in misura diversa — categoria in cui, per ora, rientrano sia la Russia sia l'Ucraina, entrambe convinte di aver perso più di quanto abbiano guadagnato. L'esito finale, per Zaluzhnyi, dipenderà dalla capacità della società ucraina di sopportare la prosecuzione del conflitto e da un sostegno internazionale che sappia tradursi non solo in aiuto, ma in una limitazione fisica reale delle capacità russe.