Il declino di Mosca

Giulio Terzi di Sant’Agata

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Da oltre quattro anni l’aggressione militare russa continua. Gli analisti si dividono tra chi sostiene che il destino di tale conflitto sia divenire congelato e chi, invece, alla luce di quanto l’Ucraina abbia recuperato terreno e sia superiore in questo momento alle forze russe, crede nella vittoria di Kyiv. Mosca è a pezzi, suggerisce un essay su Foreign Affairs: un’economia stagnante, un quadro demografico critico e un regime autoritario in via di ossificazione. Eppure, occorre cautela, perché non sono pochi gli osservatori internazionali che riconoscono – nonostante tutto – che la Russia sia a prescindere la maggiore potenza in grado di sovvertire la nostra architettura di sicurezza. Anche se in estrema difficoltà, la Russia si conferma la principale minaccia per l’Europa e non solo; molti segnali lasciano presagire che sarà anche in grado di ricostruirsi militarmente al termine del conflitto, più rapidamente del previsto.

Non c’è motivo per pensare che il Cremlino non continuerà a dare priorità alla spesa militare – ad oggi vi destina il 40% del proprio bilancio statale, pari all’8% del PIL – e a mantenere elevati i livelli di produzione industriale nel settore. In futuro, oltre gli armamenti tradizionali, è pensabile anzi che Mosca produrrà sempre più unità di droni e armi a lungo raggio, modernizzando di fatto il suo esercito. Appare, quindi, una costante sfida quella posta dalla Russia ai membri della Nato e all’Unione europea. Una sfida che non può esser presa dall’Occidente con leggerezza. Nei più recenti vertici internazionali, tale minaccia è stata ben evidenziata. È quanto mai necessario ora, però, non soltanto concentrarsi sul livello di spesa militare comune da raggiungere, ma anche sulla strategia da perseguire, sulla cooperazione militare-industriale e sulle strutture organizzative da integrare affinché la difesa occidentale sia coordinata e moderna.