«Filippo Graviano mi disse che la collaborazione» con la giustizia «di Gaspare Spatuzza», che si pentì, «non avrebbe rappresentato un problema», per Dell’Utri e Berlusconi che, invece, «si sarebbero dovuti preoccupare se si fossero pentiti loro», ovvero lui e il fratello Giuseppe, i due boss del mandamento Brancaccio a Palermo. Lo ha affermato in videocollegamento con il tribunale di Firenze Giuseppe Maria Di Giacomo, pentito ed ex esponente del clan catanese Laudani, esaminato come testimone nel processo contro Salvatore Baiardo, l' ex gelataio di Omegna, vicino ai fratelli Graviano e videocollegato da remoto.

Baiardo in questo processo è imputato di favoreggiamento personale con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa e per calunnia aggravata ai danni del giornalista Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cesara, Giancarlo Ricca.

Di Giacomo, rispondendo alle domande del pm Leopoldo De Gregorio, ha aggiunto di aver ricevuto questa confidenza nel carcere di Parma e di essere in «buonissimi rapporti» con Filippo Graviano. Rapporti sviluppati durante la detenzione a Tolmezzo. E proprio nel carcere friulano gli venne fatto il nome di Baiardo, «che non ho mai conosciuto» ha specificato, «ma fu colui che ospitò la latitanza di Giuseppe Graviano».