Da inizio aprile pubblico sulla mia pagina Facebook una serie di post in cui contesto, dati ufficiali alla mano, la solidità della proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista”, quella depositata alla Camera il 30 giugno con 150.000 firme e ora in attesa di calendarizzazione.

I miei follower sono poco più di 15.000, eppure quei post raggiungono circa dieci milioni di persone al mese e hanno generato, in tre mesi e mezzo, oltre 200.000 messaggi d’odio. Migliaia di commenti al giorno, tutti i giorni, che continuano ad arrivare anche adesso, a metà luglio.

La sproporzione tra le dimensioni della pagina e la portata dell’assalto racconta come funziona oggi in Italia la propaganda online intorno alla remigrazione: chi la critica in pubblico va semplicemente distrutto.

Nei post metto in fila numeri e statistiche provando a spiegare a chi mi legge un fenomeno complesso come quello delle migrazioni. In Italia, ad esempio, viene eseguito meno di un ordine di espulsione su cinque e lo stesso governo sotto cui la remigrazione sfila in corteo ha firmato un decreto flussi da 497.550 ingressi regolari in tre anni.

Il “patto di remigrazione volontaria” offre denaro pubblico agli stranieri regolari in cambio della rinuncia definitiva al diritto di restare, e il Fondo per la Natalità riservato alle sole famiglie italiane distribuirebbe risorse in base al passaporto, un criterio che l’articolo 3 della Costituzione esclude.