«Caro maestro, abbiamo passato cinque anni insieme e sono cambiata insieme a voi maestri. Sono arrivata e mi sentivo diversa, non a casa. Mi ricordo che continuavo a dire: «Sono marocchina». Oggi, grazie a voi, e alla conoscenza della Costituzione ho imparato che sono anche Italiana e studierò in questo Paese che è anche mio. Un giorno vorrei insegnare per poter aiutare altri bambini a essere italiani». Layla ha dieci anni. Ha appena finito la quinta elementare all'istituto comprensivo Gabelli, in Barriera di Milano. Una delle scuole in cui i bimbi che provengono da famiglie italiane si contano sulle dita della mano: in certe classi non ce n'è neanche uno. Dopo cinque anni è tempo di pensare al futuro. Il maestro della 5 A Guido Barilla ha chiesto loro di scrivergli durante l'estate. Quello che emerge è uno spaccato di presente e futuro dei «prossimi cittadini italiani e torinesi», come li chiama lui. I sogni degli studenti tra avvocati, giudici e nuove opportunità «Caro maestro - scrive Farzana, arrivata con la sua famiglia dal Bangladesh - mi mancate già tanto. Questi anni sono stati bellissimi. Sicuramente non vi mancherà la mia voce, quante volte mi hai sgridato. Magari questa voce mi servirà in tribunale quando farò la avvocatessa. Speriamo che il giudice non mi sgridi. Buone vacanze e ci vedremo a settembre ai gruppi di lettura». La maggior parte di loro, come Youssef, trascorrono l'estate nel Paese di origine dai parenti. Come Omar, che arriva dall'Egitto, che scrive: «Sono molto triste perché leggo e sento le notizie. Ci sono persone cattive che non ci vogliono bene. Dicono che dobbiamo andare nel nostro Paese. Tu ci hai fatto capire che il nostro Paese è anche l'Italia. Perché fanno così? Io voglio stare qui. Voglio studiare e voglio vivere insieme ai miei amici». Il ruolo della scuola nell'integrazione Sono frasi che fanno stringere il cuore. Ma il maestro Guido non si scoraggia, e gli risponde: «Caro Omar, non ti abbattere. Alcune persone dicono brutte parole perché sono arrabbiate per altro e cercano qualcuno con cui prendersela. Il nostro compito è sorridere: a furia di farlo, diffonderemo un'onda positiva». Le scuole sono il primo luogo in cui si costruisce l'integrazione. Ma non è un percorso semplice, e chi lavora alla Gabelli lo sa bene. Al maestro Guido non piace nemmeno utilizzare questo termine. Preferisce parlare di «costruzione dei prossimi cittadini». Per farlo, ai suoi bimbi insegna la Costituzione. Spiega la storia del Mediterraneo, della lotta partigiana, dell'Italia. «Dico sempre che anche loro possono diventare i prossimi Presidenti della Repubblica», racconta. I sogni di Karim, Hamza e Amal per il futuro in Italia C'è chi lo prende alla lettera. Come Karim, che arriva dall'Egitto. «Ho finito la scuola primaria e oggi so che potrò essere quello che sogno - scrive - Tu ci dici sempre che saremo il futuro Presidente della Repubblica o il primo Nobel italo egiziano. Io ci credo e spero di renderti orgoglioso di me. Vi inviterò alla mia laurea». Da queste lettere emerge tutta la voglia che questi bambini hanno di sentirsi accettati come italiani. Di restare in Italia, di studiare, di crescere come persone. «Il mio sogno dopo la scuola in Italia è continuare a studiare - scrive Hamza, dalla Romania - così potrò diventare dottore e aiutare le persone in difficoltà e con i miei soldi potrò costruire scuole, fornire cibo e curare le persone anche in altri Paesi». Oppure Amal, che sogna una carriera nell'aerospazio: «Ma prima devo studiare per capire gli aerei. La scienza è la mia passione e anche in vacanza osservo la natura e il cielo con le stelle». La scuola come casa e il messaggio di Super Kalid Per questi bimbi la scuola è il luogo che li ha accolti più di tutti, che li ha fatti sentire visti e capiti. Per questo sono così riconoscenti. Samira è arrivata due anni fa dal Cairo e comunicava solo con gli occhi. Oggi è la più chiacchierina della classe. Kalid, invece, il primo anno a scuola non voleva proprio andarci. «Piangevo sempre e volevo tornare da mamma» scrive al maestro. Poi qualcosa è cambiato. «Mi hai raccontato la storia dei super eroi e che anche io ero uno di loro. Ogni giorno dovevo combattere la tristezza. Un giorno mi hai messo un mantello e sono diventato Super eroe. Adesso inizierò le scuole medie e forse avrò bisogno del mantello! So però che ci sarete e al massimo verrò a farmi aiutare. Se invece qualche bambino piccolo inizierà a piangere, verrò ad aiutarvi». Forza, Super Kalid.
“Maestro, ora sono italiano”. Le lettere dei bambini di Barriera che hanno finito le elementari
Alla scuola Gabelli il maestro Guido Barilla ha raccolto le lettere dei suoi allievi: chi vuol fare l’avvocato, chi il medico, chi lo scienziato o il President…








