Per molto tempo, ho avuto una stanza tutta per me.

Prima di andare ad abitare da solo, per una decina d’anni – anche se formalmente facevo parte dello stato di famiglia materno – avevo vissuto in ottima autonomia: la mansarda al piano sovrastante l’appartamento di mia madre, che in precedenza aveva alloggiato tre fratelli maschi Cassini, poi due e infine me solo, era separata dalla casa principale (l’inaccessibile regno delle donne, dove per qualche anno con mia madre aveva vissuto anche mia sorella Diana) soltanto da una scala a chiocciola, ma aveva un suo ingresso indipendente.

Io e mia madre alimentavamo tacitamente un reciproco equivoco: restandole accanto (per la precisione, sopra) e introiettando la sua sindrome del nido vuoto, io intendevo ritardare il più possibile il momento in cui l’avrei lasciata sola; lei in cuor suo sperava che anch’io lasciassi al più presto il tetto materno, poiché già da tempo non ero più un pullo ma un ingombrante volatile, appollaiato sul comignolo della sua casa.

Finché un giorno, di buon mattino, non fui svegliato da un vocio sommesso accompagnato da un cospicuo sferragliare. Affacciandomi dalla porta della camera da letto, vidi mia madre discutere con una squadra di operai. Quando furono andati via, lei mi spiegò con il più placido dei toni: «Da domani iniziano i lavori per separare del tutto la mansarda dal piano di sotto, così quando tu andrai ad abitare da solo io potrò affittarla».