La memoria di una generazione

non coincide soltanto con i grandi avvenimenti dei libri di storia. Abita nei cortili in cui si giocava fino a sera, nelle prime televisioni attorno alle quali si riuniva un condominio. Ha il suono di un disco sul piatto, il colore di una maglia sportiva, l’odore di un negozio di alimentari. È fatta di oggetti scomparsi e riti collettivi, di libertà conquistate poco alla volta e di viaggi affrontati quando partire significava davvero allontanarsi dal mondo conosciuto. Raccontarla vuol dire

chiedersi che cosa sia rimasto di quel patrimonio umano.

È questa la materia di

"1.3.1956. Ci è andata proprio bene"