di Alessandra Dal Monte

Classe 1987, è Ceo di Allegrini Wines, società nata nel 2024 a seguito della riorganizzazione della cantina di famiglia. Laureato in Economia, ha fondato un’azienda nel settore food ed è tornato in Valpolicella nel 2022 dopo la morte di suo padre Franco

Francesco Allegrini, c’è una data spartiacque nella sua vita: 23 aprile 2022, la morte di suo padre Franco.«Sì. Anche se la mia vita era già cambiata prima, nel 2016. Avevo 29 anni, ero brand ambassador della nostra cantina in Valpolicella e il direttore commerciale dell’epoca, Alberto Lusini, mi spedisce in Svezia a lavorare per il nostro importatore».

Perché quell’esperienza è stata importante?«Mi ha dato uno sguardo diverso. Un giorno entro in un supermercato in Islanda e mi accorgo che manca l’olio di oliva. Allora propongo a un mio amico, il calciatore islandese del Verona Emil Hallfreðsson, di creare una società per esportarlo: nel 2017 nasce Olifa, che vende anche pasta e altri prodotti italiani. Va così bene che nel 2020, dopo aver lavorato tre anni per entrambe le realtà, mi licenzio da Allegrini».

Ha lasciato la cantina di famiglia?«Sì: nel luglio 2020 mando le dimissioni a papà. Lui mi prende per matto, ma io da tempo vedevo in azienda cose che dal punto di vista organizzativo mi facevano stare male. Essendo il più giovane non potevo parlare, perciò me ne sono andato. Un mese dopo papà ci dice di avere un tumore ai polmoni».Lei come ha reagito?«Male, ma ho continuato con Olifa: non volevo rientrare, era un periodo di scontri con papà. Però la sera ci vedevamo sempre. Nel 2021 il tumore arriva al cervello: in sei mesi è morto».Quindi si è sentito in dovere di tornare?«Ho scelto di farlo. Una settimana prima di morire papà mi disse: “Le aziende vanno vendute”. Io, forse per dimostrare qualcosa, ho fatto il contrario: l’ho comprata».Si riferisce al dicembre 2023: la famiglia Allegrini si divide, da un lato Allegrini Wines di cui lei è Ceo, dall’altro sua zia Marilisa.«Sì, ma non è stato un “divorzio”, è stata un’acquisizione. Io, i miei fratelli Giovanni e Matteo e nostra cugina Silvia, che oggi si occupa delle Relazioni esterne, abbiamo comprato le quote di Marilisa. La proposta ci è arrivata dall’altra parte: in un mese abbiamo chiuso».Perché si è giunti al punto di rottura? «Mancanza di chiarezza: noi avevamo il focus sulla Valpolicella mentre l’altra parte aveva già le aziende in Toscana e badava meno a quello che, per noi, doveva essere il core business».Suo papà e sua zia andavano d’accordo?«Sì, erano fratelli, si erano divisi i compiti: lui seguiva la parte agricola, lei il marketing. Ero io a mettere la pulce su certe dinamiche: le aziende di proprietà di altri venivano trattate come fossero comuni, dal punto di vista amministrativo e commerciale non andava bene».Oggi come sono i rapporti con Marilisa?«Ci siamo sempre rispettati, Marilisa ha fatto tanto per l’azienda e io l’ammiro. Fino all’acquisizione i rapporti erano cordiali, poi si sono incrinati. Se mi chiede se ci salutiamo, io ci ho provato due-tre volte: non ho avuto riscontro».Torniamo a quel 23 aprile 2022.«Una giornata difficile. Muore papà e io vado in ospedale a prendere Paola, la mia compagna, che si era operata. Le devo tanto: senza di lei forse non avrei fatto il passo dell’azienda».Insieme avete avuto due figli.«Vittoria nel 2022, Tommaso nel 2025: entrambi hanno avuto problemi di salute all’inizio, ora per fortuna stanno bene. La mia vita è così, mi devo guadagnare tutto...».Sente la responsabilità del nome Allegrini?«Sì, ne sento il peso: l’imprenditore anche se si circonda di familiari, consulenti e manager quando decide è solo. E questo pensiero mi distrugge. Però sono felice: abbiamo rivoltato l’azienda come un calzino, ora vedo i risultati».Qualche esempio?«Portare Grola da Igt a Valpolicella Classico Superiore e da 85mila a 30mila bottiglie alzando i prezzi è stata una scelta coraggiosa che sta pagando. Diminuire la produzione (da 1,2 milioni di bottiglie a 850mila a marchio Allegrini, 2,3 milioni con Corte Giara, contro i 2,6 di un tempo) e tenere il focus sulla qualità ci sta posizionando. Da qui a cinque anni vorrei che chi pensa alla Valpolicella pensasse a noi. Ora devo sistemare ciò che non mi fa dormire».E cioè?«Ho una lista che si chiama Pensieri: sono sette, finora ne ho depennati quattro. Restano la nuova cantina di Fumane, ferma per vincolo archeologico: sarà pronta nel 2029/2030, un po’ ridimensionata, con un ristorante aperto al pubblico. Poi ho un importante patrimonio immobiliare bloccato in un’azienda comprata all’asta nel 2018. Oggi quell’investimento è oggetto di un contenzioso nato da un vizio di forma non imputabile a noi nel quale si intrecciano rilevanti interessi economici di altri operatori».Come si trova a lavorare con i suoi fratelli?«Molto bene, mi hanno stupito: eravamo tutti ragazzi vivaci e, alla fine, ciascuno nel proprio — Giovanni vigneti e cantina, Matteo parte commerciale ed enologica — ha trovato la sua dimensione. Sappiamo i nostri limiti e ci aiutiamo. Sono il Ceo in virtù dei miei studi, ma non escludo che in futuro lo faccia qualcun altro».Vorrebbe rallentare?«Vorrei finire i Pensieri e poter andare al lago un giorno con la mia famiglia. A casa ci hanno insegnato a essere umili e a lavorare: mi concedo poche pause, se sono in ferie ho l’ansia».Che visione ha del vino oggi?«Non è solo un progetto enologico, ma un pensiero a 360 gradi. Il vino va svecchiato, reso più informale, con più cuore e più “mondo”».Ha fatto i conti con la perdita di suo papà?«No. Sono arrabbiato perché se ne è andato e perché ha lasciato un’azienda bella ma con tante cosa da sistemare. Se fosse ancora qui gliene direi una valanga. Però scrivo un messaggio al suo numero ogni volta che ho un problema. Se si risolve, penso mi abbia aiutato lui».