di

Beatrice Branca

Secondo la perizia dell'esplosivista Danilo Coppe, sarebbero state posizionate cinque bombole nel piano superiore, una al piano terra e due all’esterno

«Tutte le opere di distribuzione delle bombole e delle molotov sono un lavoro collettivo, pianificato da tempo e perpetrato nella notte dell’incursione». Con queste parole il consulente tecnico Danilo Coppe, geominerario esplosivista noto per le sue analisi sulle stragi di Bologna e Piazza della Loggia a Brescia, conclude la relazione sulla deflagrazione del casolare dei fratelli Maria Luisa, Dino e Franco Ramponi a Castel d’Azzano dove, lo scorso 14 ottobre, hanno perso la vita i carabinieri Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello. Quella perizia, uno degli atti finali dell’inchiesta, era stata affidata dal sostituto procuratore Silvia Facciotti per chiarire la dinamica della deflagrazione. Già un mese prima dell’esplosione, Maria Luisa aveva fatto alcune ricerche online con il suo cellulare, digitando le parole chiave «Gas e Bombole», oltre a consultare numerosi siti su questioni riguardanti la vendita di case. Un chiodo fisso per i Ramponi che, in lotta da anni contro le istituzioni, avevano ribadito che sarebbero stati «disposti ad andare all’inferno», pur di non cedere la proprietà.