CASTEL D'AZZANO (VERONA) - L'allerta era altissima. Da giorni sul tetto della cascina di via San Martino a Forette di Castel D'Azzano erano stati avvistati oggetti sospetti, delle bottiglie che avevano fatto pensare a delle bombe molotov. E il temperamento dei fratelli Ramponi (Dino, Franco e Maria Luisa), tra minacce, barricamenti in casa e fughe di gas, era ben noto alle forze dell'ordine. Per questo Questura e Comando provinciale dei carabinieri avevano studiato approfonditamente l'intervento di perquisizione e lo avevano programmato per la notte. Non è però bastato a evitare la devastante esplosione che ha ucciso tre carabinieri e ha ferito altri 16 operatori oltre a Maria Luisa Ramponi, colei che avrebbe materialmente acceso l'innesco restando ustionata in modo grave. Così ora, in attesa degli sviluppi investigativi, il Veneto si prepara a tre giorni di lutto regionale.

La notte tra lunedì 13 e martedì 14 ottobre era stata scelta come momento per entrare in azione in via San Martino. Questura e carabinieri lavoravano da tempo allo studio dei dettagli su come avvicinare la cascina dei Ramponi e su come condurre all'interno la perquisizione autorizzata dal procuratore capo. Ben si sapeva che la situazione sarebbe potuta diventare tesa: i Ramponi, gravati da una procedura di sfratto, già l'anno scorso erano stati protagonisti di scenate violente con minacce di darsi fuoco, di far saltare in aria la casa e proteste eclatanti sul tetto dello stabile. Proprio sul tetto nei giorni scorsi i carabinieri avevano fotografato degli oggetti sospetti, ipotizzando potessero essere delle bombe molotov installate lì dai fratelli per impedire alle forze dell'ordine, all'ufficiale giudiziario e a chiunque altro di avvicinarsi. A fronte dell'esecuzione immobiliare ordinata per l'11 ottobre è quindi stata delegata dal procuratore Raffaele Tito una perquisizione per fare chiarezza su eventuali oggetti pericolosi presenti in casa.