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Francesco Battistini

Il grande giornalista scomparso il 22 luglio di 25 anni fa e la sua città elettiva: «Non tutto quel che Milano ha dato all’Italia è esente da critiche. Ma se dall'Italia si detraesse tutto ciò che le ha dato Milano, resterebbe ben poco»

Non gliele ha mai mandate a dire. E la rimbrottava, come si fa con chi s’ama troppo. Milano conformista, vedi la sua borghesia «che mi ha lasciato solo due volte: la prima, perché non stavo coi comunisti; la seconda, perché dicevo che i comunisti non facevano più paura». Milano un po’ snob, tipo «la storia della capitale morale, che è una bischerata». Milano bruttarella, «ma piena di bellezze nascoste che nasconde con pudore giansenista». E ai fornelli, poi, che disastro. «Invitato da amici milanesi, un giorno mi vidi servire un piatto di piselli, che riconobbi come tali solo dal color verde denso e bilioso. Come volume e consistenza, avevano quelli della biglia d’acciaio. E come sapore, quello del cecio crudo. Dovetti mangiarli per dovere d’ospite. Ma poi mi vendicai»: di quell’arte tutta meneghina, spiegò in un articolo, nel far passare due piselli per alta cucina, due drappi per alta moda, due sondaggi per alto gradimento. «La cucina rappresenta, fra tante battaglie vinte, l’unica che Milano ha perduto, e senza speranza di rivalsa». Avanti, dunque, con le pizzerie «che non mettono la tovaglia», i fast food, le paninoteche, il cibo frenetico della pausa pranzo… «Mi dispiace di dover dispiacere. Però qui si confezionano meglio i grattacieli dei piselli».