di
Anna Fregonara
L'esperta: «Non è la relazione in sé a fare da ginnastica per il cervello, ma il tipo di elaborazione cognitiva che richiede. Siamo costretti ad aggiornare i nostri modelli mentali»
La perdita di memoria, come quando la frase sulla punta della lingua svanisce di colpo, è la prima cosa di cui ci si lamenta con gli anni. Che cosa si può copiare dai superager, gli over 80 con la memoria e altre facoltà, come attenzione o funzioni esecutive, di chi ha 50 o 60 anni? Studiandone le vite, Emily Rogalski, neuroscienziata dell’Università di Chicago, dove dirige il centro di ricerca sull’invecchiamento in salute e sull’Alzheimer, ha raccontato che alcuni, per esempio, trovano beneficio dallo stare in contatto con persone molto più giovani. Un quasi centenario ha confessato di essersi informato su chi fosse Taylor Swift per chiacchierare coi nipoti. «Quando usciamo dalla nostra zona di comfort, dialogando con chi ha riferimenti culturali diversi o è molto più giovane, non è la relazione in sé a fare da ginnastica per il cervello, ma il tipo di elaborazione cognitiva che richiede. Siamo costretti ad aggiornare i nostri modelli mentali: comprendere concetti nuovi, recuperare ricordi, controllare le risposte, costruire schemi che magari non avevamo mai sperimentato», spiega Michela Matteoli, docente di Farmacologia presso Humanitas University e direttrice del Programma di Neuroscienze dell’ospedale Humanitas. «A livello cerebrale, entrano in gioco le aree fronto-parietali coinvolte nell’attenzione e nel controllo, le reti legate alla memoria autobiografica, che richiamano esperienze passate, e l’ippocampo, la regione per la formazione di nuovi ricordi e per l’apprendimento. La plasticità nasce dal dialogo tra queste reti e dalle modificazioni delle loro connessioni sinaptiche, non dall’attivazione di una singola area cerebrale».








