Federico Fubini ha avuto il merito di scrivere sul Corriere della sera una cosa che gli esperti di previdenza conoscono da tempo, ma che quasi nessuno racconta agli italiani. Circa 400 miliardi di risparmio previdenziale sono affidati a un sistema frammentato, costoso, scarsamente trasparente e non sempre capace di produrre rendimenti adeguati. Molto difficile da scalfire perché permeato dalla politica.Il primo caso è quello delle casse dei professionisti. Dispongono di patrimoni ingenti, ma sono sottoposte a regole di governance e trasparenza meno rigorose di quelle imposte dalla Covip ai fondi pensione. Eppure sono a tutti gli effetti pensioni pubbliche. In alcuni casi, organismi espressione delle categorie amministrano miliardi e scelgono consulenti e gestori dai quali dipenderanno le pensioni di intere professioni. E’ già capitato che questi patrimoni siano spinti dalla politica verso investimenti graditi al governo, non necessariamente scelti nel migliore interesse degli iscritti. Da anni si attende un quadro regolamentare capace di imporre requisiti professionali, procedure trasparenti, controlli sui conflitti d’interesse. Ma non arriva mai.I fondi pensione sono più vigilati e trasparenti, ma hanno altri problemi. Sono troppi e questa frammentazione moltiplica i costi, riduce la capacità di controllare i gestori e impedisce di sfruttare le economie di scala. La Covip pubblica rendimenti e indicatori sintetici che mostrano quanto le differenze di costo siano rilevanti e che non tutte le gestioni riescono a battere stabilmente la rivalutazione del Tfr. Pochi pochi decimali in meno ogni anno possono sottrarre una parte significativa del montante finale.Questa discussione diventa ancora più importante oggi che si vuole indirizzare automaticamente il Tfr dei nuovi assunti verso la previdenza complementare. Dal 1° luglio 2026 è così. Se poi sarà approvata la piena portabilità del contributo contrattuale del datore di lavoro, insieme a quello del lavoratore, si aprirà un grande mercato per fondi aperti, compagnie assicurative e banche. Dal loro punto di vista sarebbe il business perfetto: flussi contributivi regolari per quarant’anni. La concorrenza può migliorare l’offerta, ma potrebbe anche spostarla dai fondi collettivi, relativamente meno costosi, verso prodotti individuali con commissioni più elevate e sostenuti da reti commerciali aggressive.Destinare il Tfr alla previdenza complementare è ragionevole. Nel sistema contributivo le pensioni pubbliche saranno meno generose e occorre costruire un secondo pilastro. Ma bisogna evitare due illusioni. La prima è che basti mettere automaticamente il Tfr nei fondi per risolvere il problema delle pensioni future. Quando arriveranno a pensione le generazioni interamente contributive (tra meno di dieci anni), sarà comunque necessario rafforzare il pilastro pubblico: correggere le pensioni troppo basse, proteggere le carriere discontinue e riconoscere i periodi di disoccupazione, cura e formazione.La seconda illusione è che ogni euro risparmiato oggi sia necessariamente più utile di un euro ricevuto nel salario. Per un giovane, il Tfr non è soltanto pensione differita: è reddito sottratto al presente. Il Tfr esiste solo in Italia e riduce i salari del 7,19 per cento rispetto agli altri paesi. Per questo sarebbe più coerente liberalizzare davvero la scelta, permettendo al nuovo assunto di destinare il Tfr a un fondo pensione, con un incentivo fiscale, oppure di riceverlo in busta paga.Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha ricordato quanto sia profondo il ritardo salariale dei giovani italiani. Un neolaureato tedesco guadagna mediamente l’80 per cento in più di un coetaneo italiano; uno francese il 30 per cento in più. E questi divari si sono ampliati nel tempo. Il problema non è soltanto la distanza dall’estero. Anche il rapporto economico tra giovani e adulti è peggiorato.Di fronte a questo quadro, trattenere obbligatoriamente un’altra fetta della retribuzione per consegnarla a intermediari che la gestiranno per quarant’anni non può essere l’unica risposta. Prima occorre rendere i fondi e le casse professionali più trasparenti e impedire che la portabilità si trasformi in una corsa commerciale a prodotti costosi. Ma soprattutto bisogna impedire che i giovani italiani continuino ad andarsene. Senza di loro, il problema pensionistico arriverà molto prima del momento in cui il Tfr versato oggi in un fondo potrà trasformarsi in una rendita. Un sistema pensionistico a ripartizione non vive dei montanti futuri, ma dei lavoratori presenti. Se i giovani qualificati emigrano perché guadagnano troppo poco, diminuiscono immediatamente i contributi che finanziano le pensioni di oggi.
Il Tfr ai fondi non salverà le pensioni, ai giovani serve oggi in busta paga
Trattenere obbligatoriamente un’altra fetta della retribuzione per consegnarla a intermediari che la gestiranno per quarant’anni non può essere l’unica risposta. Le illusioni da evitare









