Il ricordo
Francesco Sala
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Alla domanda che cos’è il “teatro di ricerca” Pippo Di Marca, catanese, classe 1939, strizzava gli occhi e prendeva una lunga pausa prima di risponderti schermato dalle lenti scure degli occhiali: “eravamo affamati di povertà. Volevamo rompere con quelle figure così gigantesche della tradizione come Strehler, Visconti, Gassmann”. Un mondo separato quello di Di Marca, Carmelo Bene, Leo De Bernardinis, Carlo Quartucci, Memè Perlini, ecc…
Parallelo e alternativo a quello ufficiale; il loro teatro “piccolo” che pensava in grande di fare la rivoluzione. Si esprimeva in dei sottoscala, scantinati, cantine. Oggi questi spazi li chiamiamo “off” ma allora c’erano i ganci per appendere i salami e una strana puzza di pecorino misto legno e stoffa dei sipari. Il teatro Sessanta-Settanta era tutto da reinventare, da ristrutturare. L’Avanguardia, la sperimentazione, la ricerca nel teatro alternativo è stato un felice morbo che ha contagiato molti della mia generazione. Si provavano spettacoli, all’Orologio, al Beat 72, al Teatro Colosseo prima che diventasse una palestra Virgin sponsorizzata da Madonna, alla Comunità di Giancarlo Sepe e si andava al Vascello a Monteverde a vedere la retrospettiva del duo Nanni-Kustermann, fondatori del teatro La Fede.










