Un sondaggio di TD Cowen su 80 leader ed esperti del settore biofarmaceutico certifica ciò che da tempo si intuiva: l’intelligenza artificiale sta comprimendo fino al 70% i costi e i tempi della fase preclinica. La spinta arriva anche dalla Casa Bianca, che punta a ridurre la sperimentazione animale a favore di modelli computazionali. Ma il nodo resta: nessun farmaco scoperto dall’Ia ha ancora ottenuto l’approvazione della Fda, gli scettici temono che il tasso di fallimento resti vicino al 90%, e sullo sfondo cresce la concorrenza del biotech cinese
Un sondaggio interno condotto da TD Cowen su 80 tra dirigenti e addetti ai lavori del settore biofarmaceutico fotografa una trasformazione già in corso: l’intelligenza artificiale sta comprimendo i costi e i tempi della fase preclinica dello sviluppo dei farmaci fino al 70%. Un dato, quello riportato da Axios in un’analisi firmata da Adriel Bettelheim, che sta alimentando una domanda crescente di software avanzati, strumenti di sequenziamento e modelli computazionali destinati a moltiplicare il numero di trattamenti sperimentali nei prossimi cinque anni.
Più tentativi, meno tempo
L’Ia non sostituisce l’intuizione scientifica, ma sta rendendo lo schermo del computer importante quanto il laboratorio tradizionale nella fase che precede la sperimentazione sull’uomo. L’obiettivo, spiega Brendan Smith, direttore della ricerca azionaria sulle life sciences di TD Cowen, è “creare più tiri in porta”: generare cioè grandi quantità di dati capaci di addestrare i modelli e aumentare le probabilità di successo clinico. Un effetto che si ripercuote anche sui laboratori tradizionali, dove gli scienziati continueranno comunque a valutare sicurezza ed efficacia dei composti individuati dai sistemi computazionali.







