Riccardo Cucchi analizza a Fanpage.it il racconto del Mondiale 2026 tra il ruolo del servizio pubblico, la ricerca della viralità e il cambiamento del linguaggio televisivo. Su Adani: “Il rischio è quello di ergersi a insegnante di calcio. Un commentatore deve accompagnare le emozioni, non salire in cattedra”.

Riccardo Cucchi e Daniele Adani.

I Mondiali 2026 non hanno lasciato soltanto immagini di campo, gol e polemiche arbitrali. Ha aperto anche un dibattito sul modo in cui il calcio viene raccontato, tra nuove voci, nuovi linguaggi e il peso crescente dei social. Ad analizzare il modo in cui è stata raccontata la Coppa del Mondo appena conclusa per Fanpage.it è una delle figure che più hanno segnato la storia del giornalismo e della narrazione sportiva italiana, ovvero Riccardo Cucchi.

Una delle voci più importanti di ‘Tutto il calcio minuto per minuto' ed ex conduttore del ‘La Domenica Sportiva' ha osservato con attenzione il lavoro della Rai durante il torneo giocato tra USA, Messico e Canada e l’intera evoluzione culturale del racconto sportivo. "Ogni epoca ha i suoi narratori", dice, ma il ruolo del commentatore resta quello di accompagnare chi guarda, non di sostituirsi a lui. Dottor Cucchi, come valuta la copertura editoriale, organizzativa e complessiva dei media italiani del Mondiale 2026 appena concluso? "Certamente l’assenza della Nazionale italiana ha imposto alla Rai delle limitazioni. La televisione pubblica ha trasmesso, soprattutto nella prima fase, una partita al giorno. È stata una scelta legata all’assenza dell’Italia, ma soprattutto ai costi ormai esorbitanti dei diritti sportivi. L’esclusiva era sostanzialmente nelle mani di DAZN, che ha trasmesso tutto il torneo a pagamento. Ormai è un tema dal quale difficilmente si può sfuggire: lo sport come diritto universale è un concetto che appartiene a un’altra epoca. Oggi, per vedere, bisogna pagare. È successo anche per questo Mondiale".