La star del Benin stasera al Castello: i brani dell’ultimo disco “Hope“ e l’omaggio a Miriam MakebaRicevi le notizie de Il Giorno su GoogleSeguiciProbabilmente ha ragione lei quando dice che l’Africa è un continente con così tanto talento da non riuscire a farlo comprendere sempre appieno. Lei è Angélique Kidjo e stasera va in scena al Cortile delle Armi del Castello Sforzesco (ore 21) per offrire una prova tangibile dell’impegno messo nell’intercettare tutto questo fermento nei mondi variegati del suo ultimo album “Hope!”, uscito a marzo.
Se nel 1991 l’esuberante principessa dell’afropop aveva preso tutti alle spalle per l’audacia sfoderata nel collaborare col produttore dei Miami Sound Machine, Joe Galdo, “Hope!” conferma quanto per lei andare sopra le righe rappresenti un’inclinazione naturale, mostrandola a suo agio tanto con la trombettista jazz britannica Sheila Maurice-Grey che con la brasiliana Iza, con l’afrobeat di Davido e Ayra Starr che col pop del congolese Fally Ipupa, col bongo flava tanzaniano di Diamond Platnuz che con la “chanson” di Florent Pagny, col rap di Daju che col carisma di mostri sacri della scena americana quali Pharrell Williams o Nile Rogers.
D’altronde, nel corso di una carriera che abbraccia cinque decenni, la stella beninese residente a New York ha finito per incrociare il cammino di tutti, da Gilberto Gil a Tony Allen, da David Byrne (nel 2018 ha reinciso integralmente “Remain in light” dei Talking Heads) a Bono Vox, da Philip Glass a Peter Gabriel, Alicia Keys, Santana o i Vampire Weekend, vincendo cinque Grammy su ben diciassette nomination (tenuto conto dei 19 album pubblicati, una vera habitué).














