La partita giudiziaria sul processo alle cosiddette “nuove leve” della ’ndrangheta vibonese si sposta davanti alla Corte di Cassazione. La Procura generale di Catanzaro ha impugnato l’ordinanza con la quale, il 15 luglio scorso, la Terza sezione penale della Corte d’Appello aveva dichiarato inammissibile l’appello presentato dal pubblico ministero contro la sentenza pronunciata il 9 luglio 2025 dal Tribunale di Vibo Valentia.

Il ricorso, sottoscritto dalla sostituta procuratrice generale Raffaela Sforza e depositato il 20 luglio, chiede alla Suprema Corte di annullare il provvedimento che ha bloccato l’esame del gravame della pubblica accusa. Al centro non c’è ancora il merito delle contestazioni, ma una questione strettamente procedurale: stabilire se, nel novembre 2025, l’appello del pubblico ministero potesse essere depositato in forma cartacea oppure dovesse obbligatoriamente transitare attraverso il portale del processo penale telematico.

L’ordinanza che ha fermato l’appello

A dichiarare inammissibile l’impugnazione era stato il collegio presieduto da Antonio Battaglia, con i consiglieri Antonio Giglio e Carlo Fontanazza. La Corte aveva accolto l’eccezione sostenuta dagli avvocati Francesco Sabatino e Walter Franzè, difensori rispettivamente di Domenico Macrì e Michele Manco. Secondo la ricostruzione contenuta nell’ordinanza, l’appello del pubblico ministero, depositato il 21 novembre 2025, era stato presentato in forma cartacea. Una modalità ritenuta non più consentita dalla Corte territoriale, che ha individuato nel 1° gennaio 2025 la data dalla quale gli appelli contro le sentenze pronunciate nei procedimenti ordinari avrebbero dovuto essere depositati esclusivamente attraverso il portale telematico.