Ci armiamo per partire o non partiamo per armarci? Ci sono troppi soldi per le armi o non ci sono abbastanza soldi per le armi? Ai politici di maggioranza e opposizione caoticamente schierati in pista per la propaganda preventiva – altro che guerra preventiva – non interessa soffermarsi su ciò che è vero e su ciò che è falso. Tutti sanno che la materia è appiccicosa, e fa perdere consensi se maneggiata con imperizia. Allora ciascuno racconta la sua verità (e camuffa le sue falsità): l’Italia si prepara a entrare in guerra oppure l’Italia si espone al morso russo; l’Italia asseconda le follie di Donald Trump oppure l’Italia fugge dal suo naturale ambiente europeo, e potete continuare a piacere con altri tipi di congetture.I numeri ufficiali, e non i proclami a mezzo di retroscena e raffiche di interviste, dicono che l’Italia spende poco e male per i gusti di baltici, tedeschi, americani eccetera e che per il futuro prossimo – quel futuro che non appartiene né ai partiti di maggioranza né ai partiti di opposizione, perciò prima e dopo le elezioni – l’Italia vorrà spendere di più e meglio.Con un solenne annuncio al vertice Nato di Ankara, il ministro Guido Crosetto (Difesa) ha “stanziato” – compito che spetta al prudente collega Giancarlo Giorgetti (Economia) – in manovra 19 miliardi di euro in più per la Difesa. Il primo dubbio ha scatenato le prime aste di cifre, e le prime paranoie. Per cominciare: 19 miliardi subito o su due anni o su tre anni? Per finire: 19 miliardi o 38 miliardi o addirittura 57 miliardi? Calma, il riferimento era a 19 miliardi di euro in un triennio di pianificazione della legge di Bilancio. Certo, un “triennio di pianificazione”, a cavallo di una elezione italiana, è una promessa credibile come le promesse di smettere di fumare di Zeno Cosini. Però 19 miliardi di euro sono una caterva di soldi per l’andamento lento dei governi (al plurale) italiani.Non ci sono alternative. La Nato vuole miliardi sonanti non artifizi contabili. Lo scorso anno il segretario generale Mark Rutte ha trascinato l’Italia al 2,09 per cento di Prodotto interno lordo (Pil) in spese per la difesa per placare «paparino» Trump che voleva l’Europa sopra il 2, ma adesso che «paparino» Trump ritira i suoi dollari, l’Alleanza Atlantica per sopravvivere ha bisogno di soldi, non di buone intenzioni. Sicché la Nato ha stimato per l’Italia una crescita da zero virgola con un saltino impercettibile (da 2,09 per cento a 2,1).La presidente Giorgia Meloni ha parlato di «obiettivo» 2,8 per cento, e ci si arriva soltanto con uno 0,7 di costi per la sicurezza interna. In valori assoluti, il 2,1 si traduce in 48,3 miliardi di euro, ma la spesa reale per la difesa – e non per la sicurezza interna o per ricalcoli gentilmente accettati da Rutte – si aggira attorno ai 35/36 miliardi. Non troppo distante dai 33,4 miliardi raggrumati nel 2024. A confermarlo è il rendiconto consuntivo (2025) per la difesa illustrato con la solita precisione da Osservatorio Milex: 35,5 miliardi di euro, di cui 9,6 per ammodernare o acquistare sistemi di armamento con 7,7 effettivamente erogati.I 19 miliardi di Crosetto sono essenziali per finanziare i programmi fin qui licenziati con decreti ministeriali e autorizzati dai parlamentari e, di conseguenza, per rispettare gli accordi con l’Alleanza Atlantica che ha previsto di raggiungere il 5 per cento (incluso 1,5 in sicurezza) nel 2035. Per l’Italia vuol dire arrampicarsi da 65 a 145 miliardi indirizzando le uscite in una dimensione bellica non facilmente giustificabile davanti alla pubblica opinione. A livelli paragonabili alla Guerra Fredda per la parte realmente militare. Comunque la si giudichi e la si commenti, i 19 miliardi spalmati su tre anni, e perciò sui destini economici di questo governo e sui governi a venire, portano l’Italia ad allinearsi alla tabella della Nato che per il 2029 si aspetta un traguardo intermedio oltre il 3,5 per cento.Conclusa la digressione aritmetica, c’è un dubbio: dove trovare questi 19 miliardi di euro che non sono, ripetiamo, 19 miliardi a dicembre con la legge di Bilancio. Il governo Meloni potrebbe recuperare 14,9 miliardi di euro con il meccanismo Safe predisposto dall’Unione Europea. Possiamo escludere già che l’Italia possa riscuotere l’intera quota opzionata di un prestito a scadenza infinita (45 anni con 10 anni di ammortamento). La diatriba sui tassi di interesse – Safe a 3,4 per cento e titoli di Stato a 3,6 – è fuorviante. Nel breve e medio periodo, conviene Safe. Nel lungo periodo, inutile blaterare, «saremo tutti morti» (chi lo sa).Il dilemma è squisitamente politico: prendere soldi da Bruxelles per “armare” l’Italia è altamente sconsigliato in campagna elettorale. Soluzione definitive non se ne praticano. Il governo ha intenzione di non sprecare il Safe e però non vuole esagerare: 5 o 6 miliardi al massimo, «che famo, signò, lascio»? Poiché si discute di un “triennio di pianificazione”, la copertura che deve essere, e non sembrare, resistente è sul primo dei tre anni. Il prossimo. Quello di campagna elettorale, appunto. I conti si faranno a settembre per deliberare il Safe (magari cercando di dividere le già divise opposizioni) o per mischiare il Safe con un po’ di debito pubblico nostrano e un po’ di revisione orizzontale della spesa.Per tornare al tema in oggetto, dopo una pagina in apnea e la scoperta che l’Italia non è (ancora) entrata in una economia di guerra, possiamo concludere che sì, stavolta non facciamo scherzi a Rutte, il governo Meloni ha deciso di fare uno sforzo – e poi capirà come farlo – per la difesa. Va fatta una distinzione fra spesa per spendere e spesa per investire. E attenzione: questa non è un’arma di distrazione di massa. L’ha spiegato magistralmente Giorgetti: «Per comprare un drone o un missile supersonico, non si va al supermercato. Ci vogliono investimenti pluriennali».Per opinare sui fatti, va analizzata l’eccellente tabella di Milex sui programmi militari vidimati in questa legislatura alle Camere con oneri complessivi di 85,186 miliardi di euro, un impegno finanziario approvato di 36,419 miliardi di euro e “rate” di 1,1 miliardi per il 2025, 2 miliardi per il 2026, 2,7 miliardi per il 2027.Cosa hanno approvato deputati e senatori su richiesta del ministero? Carri armati pesanti Panther (8,3 miliardi), una commessa di caccia Eurofighter Typhoon (7,4 miliardi), batterie di missili Samp/T (5,3 miliardi). Non proprio strumenti che guardano ai conflitti a venti o trent’anni. E forse neppure guardano ai conflitti di oggi e di ieri. Il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore della Difesa, risponde con una citazione che contiene una critica lampante: «I generali si apprestano a perdere la prossima guerra con i mezzi che sono serviti a vincere l’ultima. È sbagliato riferirsi a modelli già utilizzati, seppur progrediti, per prepararsi al futuro. Quello che ci sta insegnando la storia di queste settimane è che il vecchio non si sostituisce con il nuovo, ma il vecchio serve se si adatta al nuovo. Come i droni, che poi è improprio chiamarli genericamente droni: sono strumenti senza pilota a controllo da remoto per scenari aerei, terrestri, subacquei. Gli ucraini, nel loro dramma quotidiano, hanno appreso questa lezione in maniera esemplare con una invidiabile capacità di ricerca a basso costo e di rapida produzione. Cicli di ammodernamento che prima duravano anni, adesso durano poche settimane».Per motivi di borsa e proprio per non reiterare pigramente abitudini, il ministero della Difesa ha tagliato del 18 per cento l’ordine da 23 miliardi di euro a Leonardo con i tedeschi di Rheinmetall per carri armati e blindati Lynx. E si appresta a ridurre la seconda tornata di caccia Typhoon e probabilmente a cedere a un Paese amico le due fregate Fremm in costruzione (2 miliardi di euro) per prenotarne poi un’altra coppia a Fincantieri. Il generale Camporini ci rassicura sui pericoli terrestri: «Potrebbe sembrare inutile dotarsi di carri armati perché risulta assai inverosimile che ci sia un’invasione dell’Italia da Est, ma dobbiamo scegliere se contribuire alla difesa europea e atlantica: ogni euro speso per noi è anche per gli altri, e viceversa». Fondamentale: un euro investito, e non speso, è in cooperazione europea, droni non razzi, satelliti non cingolati. Altrimenti è un euro sprecato.Il ministero della Difesa, rinviati i carri armati Panther, infatti vuole concentrarsi sui droni di vario tipo, intelligenza artificiale e moltissimi satelliti. Dopo che i turchi hanno salvato i lavoratori di Piaggio Aerospace, il governo Meloni con Leonardo si è prefissato di fabbricare i droni con Baykar. A un anno e tre mesi dal doppio sposalizio, per i droni siamo ai preliminari. I turchi vogliono limitare la condivisione: «Il patto con i turchi non è di facile attuazione perché loro pensano di avere preso un’officina italiana e – ragiona Camporini – vogliono che ci comportiamo da officina. Si troverà una strada politicamente percorribile, però noi abbiamo necessità anche di altri tipi di droni, non soltanto per bombardare».Scorrendo la tabella di Milex, il programma Gcap – 18,6 miliardi di oneri complessivi e 8,8 di impegni finanziari approvati – è l’unico che trasmette un senso di futuro. Definirlo caccia di sesta generazione è banale. Il Gcap è una sorta di piattaforma mobile connessa con apparati militari spaziali, di sicurezza cibernetica, sciami di droni. Per una volta, l’Italia è al tavolo giusto in un consorzio con Gran Bretagna e Giappone che fa invidia a Francia, Germania e pure Stati Uniti. Per rendere efficaci i droni e sfruttare appieno un caccia di sesta generazione occorre un supporto satellitare. Europeo, non solitario. «La nostra costellazione Cosmo è – premette Camporini – di ottimo livello per catturare immagini e, allo stesso tempo, non può essere incisiva con sei satelliti. Viste le reticenze degli alleati a rilasciare informazioni classificate (come la Germania), Cosmo non può interagire con gli alleati europei». Poi ci sono i satelliti per comunicare e “dialogare” con le operazioni a distanza: «La risposta europea a Starlink di Elon Musk è Iris 2, pronto forse per il 2030. I primi segnali non sono incoraggianti: ci sono voluti due anni per la predisposizione e la sottoscrizione del contratto fra i produttori europei. O ci svegliamo presto o ce ne andiamo al mare». E se il mare è troppo caro, meglio starsene a casa. Armarsi forse, partire mai. Speriamo.