Un interessante studio dell’Istat, appena pubblicato, celebra i successi delle esportazioni italiane. Siamo riusciti anche a conquistare il quarto posto tra i più grandi esportatori al mondo. Il saldo positivo tra esportazioni e importazioni è però leggermente peggiorato negli ultimi tempi a causa dei rincari della bolletta energetica. Il dato del maggio scorso è di un avanzo di 4,7 miliardi contro i 6,1 del corrispondente mese del 2025. Ma mai avremmo pensato, nella scorsa primavera, quando Trump cominciò la lunga e contraddittoria sequela di annunci sui dazi, che ci saremmo trovati l’anno successivo in una condizione così favorevole.
Il documento del nostro istituto di statistica parte da lontano. Dall’Unità d’Italia agli anni Trenta, l’Italia ha compensato il suo deficit commerciale soprattutto con le rimesse degli emigrati. Esportavamo più persone che prodotti. Fino al secondo Dopoguerra, l’economia italiana è stata relativamente chiusa. Le esportazioni di beni e servizi valevano meno del 10 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) contro l’attuale 30.
Negli anni del miracolo economico, il Paese ha beneficiato più di altri della creazione della Comunità economica europea e degli accordi sul commercio internazionale (Gatt poi Wto). Profondi e straordinari sono stati i cambiamenti nella composizione merceologica e nell’evoluzione geografica degli scambi. Prima prevalentemente agricoli (con la seta greggia che valeva il 30 per cento) poi via via con il tessile, la meccanica, l’arredamento, la chimica. Il peso, nel valore delle esportazioni, degli stati europei e del Regno Unito - tra l’Unità e oggi - è passato dai quattro quinti a un quinto. Negli ultimi trent’anni, l’andamento in valore delle esportazioni italiane di merci è stato migliore di quello francese e in linea con la Germania, ma inferiore alla Spagna che però partiva da una condizione di maggiore chiusura. Sempre dal 1995 al 2025 l’evoluzione dell’esportazione di servizi dell’Italia è stata invece inferiore alla Francia, alla Spagna e alla Germania, nonostante il boom del turismo. Soprattutto sul versante dei servizi professionali e tecnologici, finanziari, proprietà intellettuale. «L’Italia era e resta di gran lunga - scrive l’Istat - la meno internazionalizzata tra le quattro maggiori economie dell’Unione europea». Il successo delle esportazioni italiane, della conquista di nuovi mercati del made in Italy, testimonia che non bisogna avere paura di aprirsi e competere. E quando lo abbiamo fatto abbiamo ottenuto grandi risultati. Tanti traguardi sono ancora alla nostra portata se avremo la consapevolezza di investire in studio, competenze, ricerca, innovazione. Chiudersi e avere paura della liberalizzazione degli scambi è la peggiore delle scelte. Anche se, purtroppo, non è priva di consensi.











