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Paola D'Amico

In un Paese che si sta svuotando (in 25 anni la natalità è scesa da 544 mila nati a 355 mila del 2025, mentre la mortalità è cresciuta), sono in crisi anche le adozioni sia internazionali - dai 4130 minori stranieri accolti nel 2010 si è passati a 664 - sia nazionali. La genitorialità adottiva riflette la crisi: famiglie precarie, demografia in picchiata. Burocrazia e «bisogni speciali» frenano. Ma ci sono anche storie di speranza dal Ciai

Fekadu è arrivato dall’Etiopia ad Andria, in Puglia, assieme al fratello Eyob già grandicello. Ha bruciato le tappe, si è laureato in ingegneria meccanica a Bolzano, ha fatto esperienza in una startup a Vienna e sta completando un master di specializzazione sui materiali compositi prima di entrare in una scuderia italiana di Formula 1 Racing Bulls a Imola. Ha ricordi nitidi dei suoi trascorsi di bambino e spiega che «c’è una cosa che i miei non hanno mai dato per scontato: quello di essere subito genitori solo perché erano venuti a prendere me e mio fratello Eyob. Sono stati bravi, sempre trasparenti, senza nascondere nulla». Edith Assita, è arrivata a Milano dal Burkina Faso a 8 anni. Oggi ne ha quindici ed è campionessa regionale di salto con l’asta (under 16). Festeggia due compleanni, uno il 31 dicembre, la sua data anagrafica, e l’altro il 4 maggio, il giorno in cui è arrivata in Italia. Sono due delle tante storie di adozione internazionale che funziona raccolte dal Ciai (www.ciai.it), associazione fondata quasi sessanta anni fa da un gruppo di famiglie che ha creduto in un’idea per quei tempi rivoluzionaria. Una pratica sociale (sia internazionale o nazionale), che però mostra trend negativi. Due dati rendono bene l’idea: per la prima, si è passati dai 4130 minori stranieri accolti nel nostro Paese nel 2010 a 664 del 2026. Per la seconda, dal 2001 quando 1290 piccoli italiani hanno trovato una nuova famiglia, si è scesi alla media di 860 degli ultimi anni.