"Soltanto" partite di calcio importanti, ma niente di più: mancava protocollo e cerimonia, secondo Marco Balich, direttore di Balich Wonder Studio, nelle precedenti edizioni dei mondiali. L’ha aggiunto lui, con tre cerimonie di apertura (separate e diverse: una in Messico, una in Canada e una negli Stati Uniti, perché è vero che all’epoca in cui s’era deciso di organizzare insieme i tre paesi andavano d’accordo, ma nel frattempo le condizioni politiche sono cambiate) e una di chiusura, strutturata come le recenti cerimonie olimpiche di Milano-Cortina. Ci sono le bandiere di tutti e i bandieroni giganti dei finalisti, c’è Jennifer Hudson con l’inno americano, un palco multilivello a forma di pallone, i percussionisti di Brooklyn, i rapper, il fumo e i droni, Laura Pausini e Robbie Williams, compare perfino Tom Cruise per una specie di omelia, c’è Post Malone che spazia dal country al rap al pop, tatuaggi in faccia e cappello da cow boy. E ci sono i controlli di sicurezza in più perché c’è Donald Trump, che ci tiene a dare la coppa personalmente ai vincitori. L’ha portata Carlos Alcaraz in una valigetta Vuitton, Trump (che se n’è fatta dare una copia da Infantino) la consegna malvolentieri alla Spagna guidata dall’avversario Sanchez, un uomo che gli ha negato l’uso delle basi aeree per bombardare l’Iran. E proprio durante l’ingresso in campo per la premiazione, sono partiti i fischi sia per Trump sia per Infantino.
Gran finale all’americana
Pausini e Cruise in stile Superbowl. Show di Trump fra Infantino e il re. .











