di Alberto MattioliPOLLENZA (Macerata)L’Italia non è morta. Magari non si sente troppo bene, ma è vivissima. Altrimenti non si spiega perché in un paese di seimila abitanti infuri una polemica su dove collocare un busto di Giuseppe Verdi, che in fin dei conti di questa povera Patria è uno dei padri. Attenzione: il litigio sul monumento non verte sull’ipotesi di erigerlo, perché c’è già, men che meno su quella di abbatterlo, perché nessuno vuole farlo, ma semplicemente sull’ipotesi di spostarlo di qualche metro. Il tutto si svolge a Pollenza, cittadina marchigiana che, come tutte o quasi le cittadine marchigiane, è bellissima e pure dotata di un delizioso teatrino all’italiana, appena 250 posti ma con i suoi bravi palchetti, i velluti, le dorature, gli stucchi, i medaglioni e perfino un incantevole foyerino liberty, il tutto dedicato ovviamente a Verdi.

Davanti al teatro, nella piazza principale intitolata stavolta alla Libertà, il busto dello stesso Maestro, che per inciso è l’unica statua di Verdi esistente in tutte le Marche. Pollenza ha un legame particolare con lui perché, per una curiosa coincidenza, in una località così piccola nacquero ben due interpreti delle sue prime: il basso Nicola Benedetti, che nel 1847, alla Pergola di Firenze, fu il primo Banco del Macbeth, e il tenore Paolo Pelagalli Rossetti, che nel ’93 alla Scala fu il primo Bardolfo del Falstaff: entrambi, appunto, affrescati e celebrati nel sullodato foyer.