Nelle campagne della pianura romagnola del dopoguerra la povertà era lo status di molti. C’era la terra e l’essenziale per vivere. Succedeva quindi che per il compleanno di una figlia il regalo più speciale che ci si potesse permettere fosse un frutto. Nel corso della storia questi prodotti non sono mai stati solo cibo. Datteri e fichi erano segno di potere e abbondanza già nell’Antico Egitto, così anche nel Medioevo; si prosegue fino all’Ottocento, quando l’ananas veniva persino affittato per affermare uno status sociale. Nel libro “Il formaggio con le pere”, lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari espone il valore sociale e culturale della frutta, esempio di cibo delicato e lussuoso, destinato alle tavole dei ricchi.

La percezione della frutta in Italia conserva ancora oggi un valore che va oltre la questione alimentare, nonostante un decennio in cui il calo dei consumi è stato una costante e il mercato ha modificato i propri interessi. A questo si aggiungono le nuove frontiere dell’agricoltura e i cambiamenti climatici, che stanno riscrivendo le coordinate della frutta per come la conosciamo, cambiandone geografia e stagioni.

Siamo (tornati) alla frutta

Il 2024 ha segnato, così, secondo il Report sul consumo di Ortofrutta di Cso Italy, un’inedita stabilità di mercato. Per la prima volta dopo un decennio di contrazioni, i volumi di acquisto hanno smesso di scendere (2,69 milioni di tonnellate), per arrivare nel 2025 a un primo segno positivo. Secondo i dati disponibili relativi ai consumi dello scorso anno, si intravede una graduale ripresa, sebbene il mercato rimanga condizionato da prezzi in costante ascesa. Ad agosto 2025, la crescita del comparto frutta è del due per cento, indicando un aumento dei volumi rispetto agli anni precedenti.