Archiviati i Mondiali, la guerra con Teheran torna in cima all’agenda di Trump. L’accelerazione è descritta da tre dinamiche convergenti: l’aumento degli aerei cisterna Usa in Medio Oriente; la maggiore precisione dei missili iraniani contro le basi americane; l’acronimo che spopola fra gli analisti di Washington. Gli oltre trenta aerei cisterna KC-135 che il Pentagono ha fatto atterrare nelle ultime 48 ore nelle basi israeliane del Negev suggeriscono che il comando centrale delle truppe Usa, di base a Tampa, si prepara a un’offensiva dal cielo. Sin dal 28 febbraio, quando è iniziato l’attacco di Usa e Israele agli ayatollah, questi velivoli sono stati l’arma decisiva perché consentono ai caccia F-35, F-15, F-16 ed F-22 di operare a ciclo continuo sui cieli dell’Iran. Poiché il numero dei KC-135 nella regione è oggi superiore a quello di fine febbraio da qui parte lo scenario di un’operazione Usa perché questa volta Trump fa capire di voler iniziare da solo. La scelta di Dan Scavino, fidato consigliere del presidente, di postare un breve video sul volo di un bombardiere strategico B-2 aggiunge la minaccia di attacchi contro siti nucleari e missilistici ancora non colpiti – come dentro la montagna di Pickaxe – oppure riattivati dall’Iran negli ultimi 50 giorni. Da nove notti l’aviazione Usa colpisce le basi dei Pasdaran nel Sud, attorno a Hormuz, e anche i ponti che fanno affluire armi e rifornimenti. E Trump più volte ha fatto riferimento alla possibilità di bersagliare le infrastrutture strategiche iraniane – a cominciare da quelle energetiche – mettendo sul tavolo un’opzione capace di «spegnere la luce all’Iran» paralizzando ciò che resta della sua economia già molto indebolita. Ma Ahmed Vahidi, il comandante dei Guardiani della rivoluzione divenuto l’uomo forte di Teheran dopo l’eliminazione dei vertici della Repubblica islamica, affronta l’appuntamento con l’escalation grazie a due armi di indubbia efficacia. La prima è geoeconomica perché Teheran minaccia di far bloccare ai ribelli Houthi in Yemen, sua emanazione, lo Stretto di Bab El-Mandel nel Mar Rosso attraverso il quale passa tutto il commercio del Canale di Suez. Ciò significa che se Teheran dovesse aggiungere al blocco di Hormuz anche quello del Mar Rosso, l’impatto sull’economia globale – Stati Uniti inclusi – sarebbe senza precedenti. Poi c’è il fronte militare vero e proprio perché l’attacco missilistico di venerdì notte contro la base aerea giordana di Muwaffaq Salti, dove si trova un importante centro operativo Usa, dimostra la capacità di colpire con precisione le più importanti basi americane facendo supporre – come scrive il Wall Street Journal – che Mosca e Pechino stiano fornendo all’alleato iraniano informazioni satellitari dettagliate. E forse anche missili più potenti. Ciò significa che lo scontro Usa-Iran minaccia di causare danni seri alle truppe Usa come ai Paesi arabi della ragione che le ospitano, dagli Emirati Arabi Uniti all’Arabia Saudita fino al Qatar. Si spiegano così le parole del segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, il kuwaitiano Jasem Mohamed Albudaiwi, per ammonire Teheran a fare attenzione agli obiettivi: «Gli attacchi contro i nostri civili possono configurarsi come crimini di guerra». La temperatura fra Teheran e Washington è rovente perché il negoziato diretto fra il vicepresidente Usa, JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano, Mohammed Bagher Ghalibaf non è riuscito in un mese a trasformare il memorandum d’intesa in una tregua permanente a causa, soprattutto, del disaccordo sullo Stretto di Hormuz: Trump ha mantenuto l’impegno a togliere il blocco navale all’Iran ma Teheran non ha fatto altrettanto con la promessa di riaprire la navigazione, anzi ha imposto – con l’avallo dell’Oman – un pedaggio alle navi in transito in aperta violazione dello status delle acque internazionali. Con una decisione che è stata vissuta dalla Casa Bianca come un vero affronto. A questo bisogna aggiungere i duri scambi verbali fra i leader di Usa e Iran, con Trump che definisce «feccia» la controparte e Khamenei jr che gli risponde affermando «la tua firma non vale nulla». Non è dunque difficile arrivare alla conclusione che il nuovo round Usa-Iran di fatto è già iniziato. Con la novità che le esequie di Ali Khamenei – il Leader Supremo della rivoluzione islamica eliminato da Israele il 28 febbraio – si sono concluse a Mashhad con la solenne promessa di «assassinare Trump» rilanciata dai media iraniani. A irritare Teheran sono anche i progressi della mediazione Usa fra Libano e Israele perché i due Paesi, in guerra dal 1948, sono vicini a un’intesa sul disarmo di Hezbollah, la fedele milizia filo-iraniana, che invece Teheran vuole evitare a ogni costo. Il presidente libanese Joseph Aoun è a Washington e martedì vedrà Trump per un incontro che può anche avvicinare l’entrata di Beirut negli Accordi di Abramo fra Paesi arabi sunniti e Israele. Per Washington e Gerusalemme le intese di pace del 2020 restano il progetto strategico attorno a cui creare un nuovo equilibrio in Medio Oriente mentre Teheran è convinta di poterli affondare, proprio come Yahia Sinwar si propose di fare lanciando il 7 ottobre 2023 l’attacco di Hamas contro Israele. Ma non è tutto perché ad avvalorare lo scenario di una resa dei conti Usa-Iran c’è anche il fatto che in Medio Oriente si inizia a manifestare un nuovo protagonista strategico. Nei salotti di Georgetown come nei centri studi dentro la Beltway a descriverlo è l’acronimo “Step” – composto dalle iniziali delle parole Sauditi, Turchia, Egitto e Pakistan – che suggerisce un’emergente coalizione pan-sunnita, guidata da Recep Tayyip Erdogan, intenzionata a sostituirsi agli Usa come leader della regione e, al tempo stesso, anche di prendere il posto di un Iran in declino nel ruolo di maggiore avversario di Israele. Poiché la Turchia ha il secondo esercito della Nato, il Pakistan è una potenza nucleare, l’Arabia Saudita è un gigante energetico e l’Egitto è il più popoloso Paese arabo, si tratta di un sisma geopolitico che può rivoluzionare la regione. Il fatto stesso che Erdogan lo stia guidando – contando anche sui buoni rapporti personali con Trump – lascia intendere che il Medio Oriente guarda già oltre la resa dei conti Usa-Iran.