Un nero cavallo selvaggio si aggira tra le strade della Sabina mentre un bianco aliante gli fa ombra dal cielo. Nessuno dei due lo sa, ma hanno in comune molto di più di quanto possano immaginare. La Ford Mustang Dark Horse è la versione più cattiva – almeno per i nostri mercati – della sportiva più venduta nella storia e, al contrario di quel che si pensi, il suo nome non viene da un equino, ma da un velivolo. «Volevo chiamarla come il P-51, il più bel caccia mai costruito» disse John Najjar, uno dei designer che per la casa di Dearborn disegnò l’auto che fu presentata al Salone di New York del 1964 per poi essere portata fino all’86° piano dell’Empire State Building.
Noi l’abbiamo portata ancora più in alto: ai 1.579 metri di Pian de Valli per la 61^ edizione della Rieti-Terminillo rinnovando per la terza volta un rito che ci ha visto impegnati nella categoria Parade. Perché la Dark Horse? Perché una Mustang, anche se elettrica, ha vinto l’ultima edizione della cronoscalata più famosa del mondo, la Pikes Peak e perché con la Mustang la Ford corre in tutti i campionati GT e il motore Coyote della Dark Horse è imparentato strettamente con quello che corre nella Nascar, alla Dakar e farà da base anche al sistema ibrido della hypercar che dal prossimo anno vedremo nella categoria regine della 24 Ore di Daytona e di Le Mans. Se avessero potuto, anche il motore di Formula 1, studiato da Ford insieme a Red Bull, sarebbe stato un V8, 5 litri, aspirato come quello della Dark Horse. Nel progettarlo, uno degli ingegneri Ford ispirò gli altri nel corso di una riunione dicendo: «Dobbiamo costruire un motore che dia la caccia alla Corvette. Serve un coyote».









