Per secoli la storia della musica colta ha “raccontato” sé stessa come una lunga genealogia bianca: da Giovanni Pierluigi da Palestrina a Claudio Monteverdi, da Bach a Mozart, da Beethoven a Wagner, da Rossini, Verdi e Puccini, fino alle avanguardie del Novecento. Una linea compatta e quasi esclusivamente europea, alla quale il resto del mondo avrebbe fornito soprattutto ritmi, folklore ed esotismi. Eppure basta spostare lo sguardo dai manuali ai documenti, dai cartelloni ai margini degli archivi, per scoprire che musicisti e compositori della diaspora africana erano già dentro quella storia. A renderli invisibili non fu l’assenza di talento, bensì il modo in cui il canone di questa narrazione venne costruito.

Prendiamo nel Settecento Joseph Bologne, Chevalier de Saint-Georges (1745-1799): figlio di una donna africana ridotta in schiavitù e di un proprietario francese, conquistava Parigi come violinista, compositore e direttore. Scrisse concerti, quartetti e opere, e guidò orchestre prestigiose. La sua candidatura alla direzione dell’Opéra fu però contrastata da cantanti che rifiutavano di dipendere da un uomo di colore. Chiamarlo ancora oggi “il Mozart nero” sembra un omaggio, ma rivela la natura del problema: per riconoscerne il valore lo si misura sempre sul modello di un compositore bianco.