Ogni città, prima o poi, finisce prigioniera della propria mitologia.

Venezia della sua bellezza, Firenze del Rinascimento, Bologna dei portici. Modena, più modestamente ma con maggiore ostinazione provinciale, della propria leggenda. È una città che da decenni produce eccellenze mondiali con provinciale naturalezza: Enzo Ferrari, Luciano Pavarotti, Francesco Guccini, Vasco Rossi, Luigi Ghirri, Massimo Bottura, l’aceto balsamico, i tortellini, il lambrusco, il Festival di Filosofia, le figurine. Una specie di Rinascimento permanente, ora con l’afa e una volta con la nebbia.

Quando il mito funziona troppo bene, si finisce per eseguire sempre lo stesso repertorio. E allora cambiare musica significa guardare oltre il proprio pantheon civile, oltre il melodramma di Luciano Pavarotti e il rock di Vasco Rossi, oltre quei 225 mila spettatori di Modena Park che per nove anni hanno rappresentato il metro di paragone di qualsiasi assembramento umano (finché Ultimo, con 250 mila biglietti a Tor Vergata, non ha aggiornato il record. Vasco, con signorilità emiliana, si è limitato a fare i complimenti).

Il resto della mitologia cittadina è patrimonio consolidato. Mentre Bottura ha elevato il tortellino a categoria filosofica, il Festival Filosofia dal 18 al 20 settembre tornerà a trasformare la città nella capitale europea del pensiero, dimostrando che si può discutere di ontologia e di Heidegger sotto un portico mangiando gnocco fritto senza che nessuno trovi la cosa strana.