Anche se nel 1958 scrivere “negri” non causava ancora l’ostracismo del politicamente corretto, quando Jean Genet (1910/1986) pubblicò la sua commedia I Negri, certo una qualche deflagrazione la provocò nell’ambiente letterario e teatrale, non solo parigino. Reduce dalla “consacrazione” tributatagli da Sartre in San Genet, commediante e martire del 1952, dopo romanzi più o meno autobiografici (Notre dame des Fleurs, 1944; Miracle de la rose, 1946; Pompes funèbres, 1947; Querelle de Brest, 1948; Journal du voleur, 1948) in cui l’ex galeotto e ladro, nonché sfrontato omosessuale e prostituto, aveva assunto l’allure di esteta dei bassifondi e poeta degli infimi e dei reietti, con una scrittura densa di surreali aforistici “feux d’artifice”, di torbide metafore omoerotiche, infine di urlati messaggi sociali e politici “contro il sistema”, insomma dopo il trionfo e l’abominio, venne il momento del teatro. Le Serve (1947) è una “recita cerimoniale” dove rituali di dominio, sopraffazione e soggezione fra tre donne hanno il profumo dei fiori in decomposizione, Sorveglianza speciale (1949) mostra dinamiche fra detenuti, dall’odio all’eros spinto, con sublimazione nel mito. Vengono poi Il balcone (1956) che si svolge in un bordello, sulle perversioni segrete del potere, I paraventi (1961) surreale atto d’accusa contro il colonialismo occidentale.