“Perché non si parla apertamente della tortura alla scuola Diaz? Non solo perché in questa gigantesca operazione di copertura sono coinvolti anche funzionari apicali e una catena di comando rimasta al potere, ma perché si aprirebbero domande ancora irrisolte”. Enrico Zucca, in pensione dall’inizio di luglio dopo essere stato procuratore generale di Genova e, prima ancora, pubblico ministero dell’inchiesta sulla Diaz, parte da quello che considera il nodo rimasto fuori dalla rassicurante metafora delle “mele marce” utilizzata per spiegare le violenze contro i manifestanti durante il G8 del 2001.

“Le forze ordinarie di polizia si mostrarono capaci, in una situazione di tensione ma non eccezionale, di deviare da ogni regola”: violenze nelle strade e nei luoghi di cura, due terzi degli arresti dichiarati illegittimi, verbali falsificati e una “scellerata operazione mistificatoria”. Da qui la domanda: “Chi ha insegnato ai poliziotti a falsificare i verbali e a effettuare arresti quando non c’erano i presupposti?”. Diaz e Bolzaneto furono eccezioni oppure finestre aperte su pratiche diffuse anche in luoghi normalmente inaccessibili, come carceri o Cpr?

La Corte europea dei diritti dell’uomo, ricorda Zucca, ha scritto che la polizia “si è impunemente rifiutata di collaborare con la magistratura”. “Impunemente vuol dire senza sanzioni. La sentenza fa nomi e cognomi, ma quei nomi sono stati ignorati”. L’opacità, secondo l’ex magistrato, resta ancora oggi: “È impossibile fare ricerca sulla polizia in Italia”. Mancano dati accessibili sugli abusi e sulle condanne degli agenti; le bodycam, accese a discrezione degli operatori, non possono sostituire né i codici identificativi né organismi indipendenti di controllo.