Quando Hans Werner Henze si stabilì a Napoli, nel 1956, Raffaele Viviani era morto da sei anni. Non si incontrarono mai: il compositore tedesco che aveva scelto l’Italia e il figlio di Castellammare che aveva dato voce ai vicoli abitavano tempi appena sfalsati, come due inquilini dello stesso palazzo che non si sono mai trovati sulle scale.

Ci ha pensato, con settant’anni di comodo, il calendario di questo luglio: al Teatro Franco Parenti, che congeda la stagione con un ultimo grande spettacolo ospite: “Napoli Nobilissima”, due atti unici di Raffaele Viviani, 14 attori in scena, per la regia di Geppy Gleijeses; e a Siena, nella chiesa di Sant’Agostino, il concerto inaugurale dell’estate dell’Accademia Musicale Chigiana, che quest’anno non poteva che appartenere a lui: Henze è nato il primo luglio di cento anni fa, e il festival senese gli dedica l’intera edizione, un attraversamento di ben quarantuno sue composizioni fino a settembre.

Ad aprirlo, il 7 luglio, il suo “Requiem”, nove concerti sacri per pianoforte solo, tromba concertante e grande orchestra da camera, con Jeroen Berwaerts alla tromba, Emanuele Arciuli al pianoforte, il Chigiana Percussion Ensemble e l’Orchestra della Toscana diretti da Kai Röhrig — che ho ascoltato nella registrazione effettuata da Radio3. E mentre ero in questo doppio ascolto, un terzo ospite ha bussato alla porta del diario, arrivandomi da uno schermo: il Richard Strauss della “Donna senz’ombra”, nuova produzione del Festival di Aix-en-Provence, ascoltata prima per radio e poi vista per intero su Arte. Ne parlerò alla fine, e si capirà perché non è un intruso.