L’idea delle elezioni rubate, manipolate, alterate, è un’ossessione per Donald Trump, ripetuta ostinatamente ad ogni comizio e occasione pubblica, almeno a partire dalla sconfitta alle Presidenziali del 2020 contro Joe Biden. Mai però il presidente ne aveva fatto tema di un discorso alla nazione, come avvenuto giovedì sera, quando è salito sul podio della Casa Bianca per lanciare l’allarme sulla “vulnerabilità” del sistema elettorale americano, a suo giudizio aperto ad attacchi e forme di influenza varie da parte di potenze straniere, in particolare la Cina. L’appello è stato respinto con decisione da Pechino – “pura invenzione”, l’ha definito il portavoce del ministero degli Esteri cinese -, accolto con freddezza dai Repubblicani e ha rilanciato il timore di atti clamorosi da parte di Trump alle elezioni di midterm. La tesi più diffusa è soprattutto una: a novembre, per evitare la quasi certa sconfitta repubblicana, il presidente potrebbe dichiarare lo stato di emergenza.
Che l’allarme sulla vulnerabilità del sistema elettorale Usa sia in larga parte strumentale, volto a supportare i piani politici di Trump, lo dimostrano in particolare due cose. Anzitutto, l’attacco alla Cina appare più che altro retorico, privo di reale base e di possibili conseguenze. Nel discorso, Trump ha affermato: “Nel corso di diversi anni, a partire dal ciclo elettorale del 2020, la Repubblica Popolare Cinese ha perpetrato quella che si ritiene essere la più grande violazione dei dati elettorali della storia che ha portato all’acquisizione illecita da parte della Cina di 220 milioni di schede elettorali statunitensi”. Il presidente, preannunciando la pubblicazione di documenti clamorosi, ha anche sostenuto che “decine di milioni di dati elettorali in 18 Stati sono stati acquistati, rubati o hackerati dalla Cina”. Nei documenti, pubblicati in effetti subito dalla Casa Bianca, si trova una dichiarazione della Government Transparency Task Force, datata 13 luglio 2026, in cui – senza specificare un preciso arco temporale né degli episodi – si afferma che “le informazioni di intelligence declassificate rivelano che le liste elettorali di almeno 18 Stati sono state compromesse dalla Repubblica Popolare Cinese (RPC)”. Un documento menziona poi la Rpc con una frase – “probabilmente dati trapelati e compromessi” – e un numero – 204.822.241 -. Il dato risale però al 2016 e il documento, pesantemente censurato, non offre un quadro certo della supposta influenza cinese.











