Nei giorni scorsi, in occasione del premio Flaiano assegnato al procuratore Nicola Gratteri, ho ripensato ad alcune sue riflessioni. Sulla riforma Cartabia osservò che, prima di legiferare, sarebbe opportuno consultare chi i processi li vive ogni giorno. Da tempo sostiene inoltre che le mafie prosperano anche grazie alle inefficienze dello Stato, indicandone le cause e proponendo interventi strutturali.
Se uno dei magistrati italiani più autorevoli esprime considerazioni di questo rilievo, la politica dovrebbe sentirsi in dovere di interrogarsi, invece di lasciare che quelle parole si dissolvano nel rumore della cronaca. Ciò che dice si può condividere o no, ma il punto è un altro: se chi ha dedicato la vita al contrasto delle mafie ritiene che lo Stato possa diventare più efficace intervenendo su alcuni nodi decisivi, perché la politica non sente il bisogno di confrontarsi con lui?
Una democrazia matura non rinuncia alla propria autonomia se decide di avvalersi di chi ha studiato i fenomeni che essa è chiamata a governare. Nel nostro Paese esistono personalità che hanno trascorso anni a comprendere fenomeni complessi. Molte vengono riconosciute per il loro valore ma molto raramente coinvolte nelle scelte che riguardano gli ambiti che conoscono meglio di chiunque altro.








