Il 14 luglio sono stata alla casa circondariale di Regina Coeli, in via della Lungara, a Roma. La visita è stata organizzata dall’Alleanza per l’articolo 27 della costituzione, una rete di associazioni che da anni monitora la vita nelle carceri. Ne fanno parte, tra le altre, Antigone, il Coordinamento nazionale comunità accoglienti (Cnca), la Società della ragione, l’Arci e molte altre realtà impegnate sui temi della giustizia e dell’esecuzione penale.
Nella delegazione c’erano persone che da sempre si occupano di carcere: Hassan Bassi, del Cnca, che ha organizzato l’evento; Stefano Anastasia, garante dei detenuti della regione Lazio; la senatrice Ilaria Cucchi; e Walter Massa, presidente nazionale dell’Arci. Poi c’erano alcuni della cosiddetta società civile, a cui era chiesto di vedere quello che normalmente non si guarda: la vita dei detenuti, quello che sta dietro i muri delle carceri.
Entrare nel carcere di via della Lungara è di per sé un’esperienza straniante. È il caso di usare questa parola perché, improvvisamente, una strada centrale di Roma diventa la porta di accesso a un’altra dimensione. Non solo spaziale ma anche temporale, visto che Regina Coeli è stata al centro di alcuni tra i momenti più bui della storia italiana: da qui furono prelevati molti dei 335 detenuti che il 24 marzo 1944 furono uccisi nell’eccidio delle Fosse Ardeatine; qui furono rinchiusi, tra gli altri, Sandro Pertini e Leone Ginzburg, che a Regina Coeli morì il 5 febbraio 1944 dopo le torture subite durante la detenzione.










