Questa storia su Kantor me l’ha raccontata l’attore A., che oggi molti conoscono per le sue creazioni teatrali. Al tempo all’inizio degli anni ottanta, A. era ancora un giovane attore fresco di scuola. In quel momento Tadeusz Kantor, il grande artista polacco, stava lavorando a Firenze. Aveva ottenuto dal Teatro regionale toscano la disponibilità della chiesa sconsacrata di via Santa Maria nel quartiere dell’Oltrarno per montare un nuovo spettacolo, Wielopole,Wielopole, che reiterava il nome del paese in cui era nato, parte allora della Galizia austriaca. La madre Helena Berger era cattolica; il padre Marian di origini ebraiche non era tornato a casa dopo la guerra e la famiglia si era trasferita nella canonica dello zio prete.A. era riuscito a convincere il custode a farlo entrare di nascosto quando Kantor provava. Finché questi non si accorse della sua presenza e cominciò a urlare, come per altro non mancava di fare in molte occasioni. Per uscire dignitosamente dalla situazione, A. cominciò a urlare a sua volta nel suo dialetto del sud. Fino a zittire Kantor, sorpreso da questa imprevista reazione.

«Man with His Childhood», 1984, Starak Collection, Courtesy Lech Stangret & Dorota Krakowska